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Incontro con Padre Matteo Cryptoferritis, ieromonaco,
all’abbazia greca di S. Nilo a Grottaferrata
Il testo che presentiamo on-line è stato trascritto dalla viva voce dell’autore
e non è stato da lui rivisto. Prima di partecipare alla liturgia cattolica in
rito bizantino, domenica 15 gennaio 2006, p. Matteo Cryptoferritis (al secolo
Matteo Paparozzi) ha introdotto, con questo intervento, al significato della
tradizione bizantina nella vita della Chiesa il gruppo di S. Melania, che si era
recato a S. Nilo per questa celebrazione.
Quando i nostri fondatori sono arrivati, nella tarda primavera del 1004, qui non
c’era niente. C’erano solo le rovine di un’antica villa romana e un sacello, che
era molto probabilmente una tomba del I secolo a.C., trasformata in chiesetta
cristiana tra il V e il VI secolo d.C. e si sono fermati a pregare lì. Loro
venivano da vicino Gaeta, diretti al monastero di S. Agata a Tuscolo, e si sono
fermati a pregare in questa chiesetta.
Poi, su domanda di S.Nilo, che era il capo del gruppo - e che era vecchissimo,
aveva circa 95 anni - il conte Gregorio di Tuscolo, che era il proprietario di
questa zona, ha regalato questo terreno a lui ed ai suoi monaci, perché ci
facessero una chiesa ed un monastero. I lavori cominciarono subito.
S.Nilo è morto poco dopo, la sera del 25 settembre di quell’anno. I lavori sono
stati portati avanti da S.Bartolomeo, il suo discepolo più giovane, che a
quell’epoca aveva 25 anni. La chiesa è stata consacrata il 17 dicembre del 1024.
Ancora in alcuni punti come gli stipiti in marmo della porta grande della chiesa
ci sono i segni delle croci della consacrazione. Quando una chiesa viene
consacrata si mettono dodici croci come simboli dei dodici apostoli.
Quello che vedete attraverso questa cancellata è la “Crypta ferrata”. Cosa
significa “Crypta”? Oggi cripta è la parte sotterranea di una chiesa, ma
anticamente non era così. In latino significa semplicemente una stanza coperta
da volte. Ferrata perché ci sono ancora le inferriate del I secolo a.C., quelle
romane. Dal nome “Crypta ferrata” deriva Grottaferrata, quindi le grotte non
c’entrano nulla.
I nostri monaci che sono arrivati qui venivano, attraverso tappe successive,
durate una cinquantina di anni, dalla Calabria. Nel X secolo la Calabria era una
regione che apparteneva ancora all’impero bizantino, continuamente oggetto di
scorrerie arabe per cui era difficile vivere in quei luoghi. E’ una delle
ragioni principali per le quali si sono spostati verso nord, prima verso i
territori longobardi di Capua e poi vicino a Roma. Sono stati anche ospiti per
una ventina di anni circa dei benedettini di Montecassino, i quali hanno dato
loro una dipendenza che è l’attuale paese di S.Elia Fiume Rapido, poi si sono
trasferiti vicino alla bellissima spiaggia di Serapo, che si trova alla Montagna
Spaccata, dove hanno fondato un monastero e dove sono rimasti una quindicina di
anni. Poi sono partiti anche da lì e sono arrivati qui dove siamo oggi.
S. Nilo non è morto qui, ma nel piccolo monastero di S. Agata, che stava a
qualche chilometro da qui sulle colline e che era un monastero di greci.
Nell’Italia meridionale e anche centrale e nella stessa Roma c’erano molti
monasteri orientali che sono rimasti fino al XII secolo. Sul monte Aventino
c’erano S. Saba che esiste ancora come chiesa, il monastero dei SS. Alessio e
Bonifacio che è l’attuale chiesa di S. Alessio e giù ai piedi del colle c’era S.
Maria in Cosmedin. Erano tutte chiese tenute da orientali. Nel monastero di S
.Alessio c’erano sia greci che latini.
Noi da mille anni conserviamo la nostra tradizione bizantina quindi la messa a
cui voi parteciperete è tutta cantata in greco. Avrete un libretto molto utile
per seguire perché tutto quello che si sente e anche ciò che non si sente è
trascritto con i caratteri latini così come è pronunciato.
La liturgia bizantina apparentemente è molto diversa da quella alla quale voi
siete abituati, ma fino ad un certo punto. Voi sarete abituati alle vostre messe
parrocchiali che, quando va bene, durano diciotto-venti minuti nei giorni
feriali. Ringraziate se i vostri sacerdoti celebrano messe più lunghe perché il
tempo della preghiera non si deve lesinare al Signore. Non si va di fretta
all’appuntamento con una bella ragazza o un bel ragazzo; ci si sta con piacere e
a lungo. Il gioco è bello quando dura tanto! La divina liturgia è un gioco
meraviglioso che scende dal cielo per noi, perciò il tempo per la preghiera deve
essere calmo, tranquillo, ritmato.
Prima ancora di parlare della liturgia faccio una domanda fondamentale: “Cos’è
secondo voi il cristianesimo?”. Ieri era qui una famiglia di cari amici, persone
che, come la maggior parte degli italiani, più o meno in Dio ci credono, ma in
chiesa non vanno mai. Del cristianesimo hanno un’idea abbastanza vaga e se la
fanno, in genere, leggendo Repubblica. I cristiani generalmente si informano
sulla Chiesa dai nemici della Chiesa e questa non è una cosa intelligente.
Queste persone più o meno vagamente credenti, non appartengono ad una comunità
cristiana - cosa indispensabile per essere cristiani, perché il cristianesimo
non è un fatto privato. Se si rivolge loro la domanda: “Cos’è il
cristianesimo?”, la risposta di solito è: “Il cristianesimo è una serie di
verità su Dio, su Cristo”, oppure “E’ voler bene al prossimo, fare il
possibile per fare il bene”. Queste due cose sono vere, ma non sono la cosa
essenziale, non sono per niente la cosa “prima”.
Se voi vi fermate a una sola di queste due cose vedete perché. Se vi fermate
alle verità della fede, (che poi in genere i cosiddetti “laici” considerano cose
strane, un “salto nel buio”, come credere che “2+2=5”; semmai la fede invece è
un “salto nella luce”), se esagerate questo aspetto viene fuori che il
cristianesimo è una cosa intellettuale, una serie di fatti mentali, di verità
astratte. Se esageriamo dall’altra parte viene fuori che il cristianesimo è una
specie di filantropismo, di carità con il prossimo, dopo di che la gente però si
stufa presto di fare il volontariato perché non si regge su niente. Ci sono
queste due cose ma non sono l’essenziale.
Il cristianesimo è l’accogliere dentro di noi, nella persona di Gesù Cristo -
nella persona reale di Gesù Cristo nella quale, come dice la lettera ai
Colossesi “abita corporalmente tutta la pienezza delle divinità” - la potenza di
Dio che ci trasforma. Significa stare attaccati al Dio di Gesù Cristo e con Lui
trasformare la nostra esistenza. Da questo derivano le verità della fede e
l’amore per il prossimo. Se non c’è questo, l’amore per il prossimo diventa
filantropia. La civiltà europea negli ultimi centocinquanta anni ha cercato di
fondare un’etica senza Dio, fondata soltanto sull’uomo e tutti vediamo che fine
ha fatto quest’etica. C’è lo sfascio completo dell’eticità profonda delle
persone sempre più dilagante, sia detto senza nessun moralismo, per dire le cose
come stanno.
Ma come si comunica a noi la vita di Dio, di Gesù Cristo, per mezzo dello
Spirito Santo? Nei santi Misteri, nei Santi segni dei Sacramenti. Osiamo per un
momento metterci dal punto di vista di Dio: “Come faccio a comunicare me
stesso a degli esseri che sono di carne, che sono materiali (e anche spirituali
allo stesso tempo), quando io sono assolutamente diverso? Devo scegliere dei
mezzi adeguati a come sono fatti loro”. Se io padre Matteo ora mi mettessi a
parlare improvvisamente in russo, probabilmente nessuno di voi capirebbe. Per
capirci dobbiamo comunicare in italiano che è la lingua che ci accomuna. La
stessa cosa vale per la vita di Dio che ci viene comunicata, quello che i Santi
Padri chiamano le “energie divine” di Dio.
Ci vengono comunicate attraverso un sistema che è materiale e spirituale nello
stesso tempo: i santi sacramenti. Ciascun sacramento è fatto di cose materiali.
Il battesimo si fa con l’acqua, non si può fare un battesimo senza acqua. La
cresima con l’olio profumato. Il matrimonio si fa con il corpo degli sposi, se
non c’è l’unione corporale degli sposi il matrimonio praticamente non c’è. Le
ordinazioni diaconali, presbiterali ed episcopali si fanno con l’imposizione
delle mani sul capo dell’ordinando. La remissione dei peccati si fa con
l’imposizione della stola sacerdotale sopra la testa del penitente (almeno da
noi). L’unzione dei malati si fa con l’olio e così via. Attraverso questi segni
passa la potenza rinnovatrice dello Spirito di Cristo che è lo Spirito del Padre
che Lui ci manda, risorto dai morti per noi e con noi. Se questo non c’è le
verità della fede diventano intellettualismo astratto e l’opera al servizio del
prossimo diventa solo volontarismo, ma non amore, caritas, agape.
Il centro della vita cristiana è la celebrazione dei santi misteri. Ecco perché
non si può vivere una vita cristiana se non si partecipa alla divina liturgia.
Non è un dovere. Sì, il comandamento dice: “Santificherai il giorno della
festa”, ma è stato dato molto prima che esistesse la messa cristiana, al
popolo ebraico. La santificazione della festa non comporta nessun obbligo di
andare in sinagoga. Così non è semplicemente obbligatorio per un cristiano, è un
piacere innanzitutto, se ha capito di cosa si tratta, cioè partecipare
all’incontro con Cristo insieme a tutti i fratelli. Perché quel sacramento si
chiama comunione? Si chiama eucaristia, che in greco vuol dire ringraziamento.
E’ il Cristo stesso che noi offriamo al Padre per ringraziarlo di averci mosso
attraverso lo Spirito Santo per arrivare fino a Lui. Ecco perché si chiama
ringraziamento. E si chiama comunione perché mangiare e bere insieme quel corpo
e quel sangue, quel pane e quel vino, serve non prima di tutto ad avere la
nostra intimità con il dolce Gesù, ma a crescere come comunità cristiana. Questo
è lo scopo precipuo di questo sacramento. Non è intimistico o misticheggiante.
Per cui la reazione che generalmente hanno tutti dopo aver fatto la comunione di
stare raccolti, a me fa un po’ sorridere: dobbiamo guardarci l’un l’altro,
essere contenti, gioiosi, perché questo è il volto di Cristo, quello che sta
nelle facce dei miei fratelli.
Le sante icone servono solo a suggerire questo. La gioia non può che
manifestarsi. Se i cristiani sono senza gioia, cosa volete che attiri gli altri?
Quasi sempre i cristiani sono un po’ tristanzuoli, un po’ moralisti. Spesso non
si sente questa gioia che ci trasforma la vita, anche quando siamo addolorati e
tristi psicologicamente. Se mi è morta mia madre ieri, io oggi non posso essere
psicologicamente contento, ma sono lieto in Cristo della resurrezione di Cristo,
di mia madre, della mia resurrezione e di quella di tutti. Per noi cristiani
d’Oriente è perciò essenziale la partecipazione al culto divino. Da questo
discende tutto quanto il resto.
In particolare voi forse sapete che il Credo è stato inserito nella messa molto
tardi, in tutte le liturgie, tra il VI e il VII secolo. Ecco perché sta in posti
diversi, nei diversi riti. Nella liturgia latina conclude la liturgia della
Parola, nella nostra liturgia bizantina inizia l’anafora, inizia la preghiera di
consacrazione; troverete così la professione di fede in un altro posto e nella
forma antica, cioè senza il Filioque (“lo Spirito Santo che procede dal Padre”,
e basta). Apparentemente le celebrazioni della divina liturgia di tipo bizantino
e latino sono alquanto diverse, ma solo in apparenza, perché se guardate bene la
struttura è assolutamente la stessa.
Ci sono dei riti di introduzione, che da noi sono complicati, mentre nella
tradizione latina il saluto sacerdotale è semplicissimo e si dà praticamente
subito attacco alla liturgia delle letture. In mezzo c’è una caratteristica
propria solo della liturgia romana da tempo antichissimo, l’atto penitenziale.
E’ molto interessante, le altre liturgie non ce l’hanno. Neanche le altre
liturgie d’origine latine, come quella mozarabica, gallicana ecc. Apparentemente
quindi le cose sono diverse, ma la struttura è la stessa: delle liturgie
d’inizio, una liturgia della Parola, una processione offertoriale, la preghiera
di consacrazione che si chiama “anafora” (nella liturgia latina “canone”), la
consumazione dell’Eucaristia e i riti di congedo.
Alcune cose della liturgia bizantina vi meraviglieranno un po’. Innanzitutto
c’è, come già sicuramente sapete, una parete che sembra separare il presbiterio
dal corpo della chiesa. Non separa proprio niente, non è per niente antica
questa parete. Così come si presenta comunemente oggi nelle chiese orientali
risale alla fine del XIV o all’inizio del XV secolo. Anticamente c’erano
soltanto dei parapetti che separavano il presbiterio dal resto, come a S.Sabina
o a S.Maria in Cosmedin. Servivano semplicemente per il coro. Su questi
parapetti si appoggiavano nel giorno di festa l’icona della festa del giorno che
poi dopo si toglieva. A S.Marco a Venezia è ancora così. Perciò si vedeva tutto,
questa parete non intende nascondere niente.
Però, come voi forse sapete, nelle liturgie, ogni volta che c’è una cosa che ha
un’origine puramente materiale, quando questa origine viene dimenticata, si
fanno tante fantasie misticheggianti sulle interpretazioni. Vi faccio un esempio
pratico. In tutte le liturgie cristiane, tranne quella armena, nel vino che
serve per la celebrazione si mette un po’ d’acqua. Addirittura nella liturgia
romana adesso c’è quella preghiera che voi sentite: “L’acqua unita al vino
sia segno della nostra natura che hai voluto assumere...”. Se voi ci pensate
un momento, questa preghiera detta così, francamente è poco sana dal punto di
vista dottrinale. Perché come ci insegna il Concilio di Calcedonia del 451, in
Cristo le due nature, quella umana e quella divina, sono unite ma non confuse,
non sono separabili, ma non sono nemmeno confuse. L’acqua unita al vino si
confonde, non li potete più separare, non sono segno proprio di niente. La
preghiera è infelicissima, scritta da liturgisti che probabilmente non sanno
quello che dicono. Invece qual è il motivo? Il cristianesimo è una religione
orientale e nel Mediterraneo i vini sono tutti molto forti, pensate al marsala;
si metteva l’acqua, allora, per non bere il vino assoluto ed evitare così di
ubriacarsi. Solo questa è l’origine.
Oppure un’altra usanza curiosa. Quella di mettere un pezzo del pane eucaristico
nel calice - c’è in tutte le liturgie. Voi sapete che nella liturgia romana
nell’ostia grande ci sono incisi un tratto verticale e uno un po’ di sbieco per
tagliare quel pezzettino, spezzarlo e metterlo dentro il calice. Se tu domandi
alla gente cosa significa di solito ti risponde: “L’unione del corpo e del
sangue di Cristo”. Ma se nel 1200 hanno speso 100 anni di teologia per
dimostrare che in ciascuna specie c’è tutto Cristo, che bisogno c’è di unirli?
Perché quel pane è il corpo, il sangue, l’anima e la divinità e quel vino lo
stesso. E’ semplicemente un’usanza della Chiesa di Roma. Quando il Papa
celebrava in Laterano mandava attraverso i diaconi un fermento, un pezzo della
galletta che si usava a Roma - non le ostie da farmacista che si usano adesso -
di pane azzimo, alle principali (pochissime) chiese di Roma perché quando poche
ore dopo il prete locale avrebbe celebrato la liturgia avrebbe messo la
comunione del Papa insieme alla sua per significare l’unione con il Papa, con il
Patriarca. Se oggi il Papa fa la stessa cosa e mette un pezzetto di ostia nel
calice, con chi deve unirsi? Lui non dovrebbe farlo. Tutti ignorano e vanno
avanti a fare le cose come capita.
Noi siamo un pochino più precisi su tante cose, perché la lex orandi, cioè la
regola che governa la preghiera, diventa anche lex credendi. Noi dobbiamo
credere così come preghiamo. Quando nella seconda metà del IV secolo c’è una
tendenza ereticale a negare la divinità dello Spirito Santo, come S. Basilio, in
una splendida opera dimostra che questa è un’eresia? Dice “Ma noi battezziamo
in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Non possiamo battezzare in
nome di due che sono divinità e uno che non lo è”. La formula stessa che il
Signore ci ha detto alla fine del vangelo di Matteo è quella che garantisce che
lo Spirito Santo è Dio come il Padre e come il Figlio. E noi diciamo, tra molte
virgolette, che sono tre persone. Tre non numerico: non è uno, due e tre. Non
funziona così, lo spiega S. Gregorio di Nazianzio nelle sue orazioni teologiche.
Voi vedete che ogni volta che noi siamo costretti a parlare di Dio, dobbiamo
usare un linguaggio analogico, un linguaggio che assomiglia a delle cose che noi
conosciamo, ma non dobbiamo mai dimenticare che la differenza è grande.
Dicevo che nella nostra liturgia l’inizio è quello che vi spiazzerà un pochino,
perché subito dopo il saluto sacerdotale (dovrebbe farlo il diacono, ma se il
diacono non c’è lo fa il sacerdote) c’è la preghiera generale, le grandi
petizioni diaconali, che corrisponde alla preghiera dei fedeli che è stata
rimessa, dalla liturgia latina, dopo il vangelo. Adesso nella liturgia latina ci
sono tante formule, spesso si lascia alla spontaneità. Da noi non c’è nessuna
spontaneità, non ce n’è bisogno. Perché come vi accorgerete, nella grande
petizione diaconale, ci sono tutte le necessità umane messe dentro, non c’è
bisogno di inventarsi niente. Noi non stiamo lì per fare i creativi, ma per
ricevere le energie divine che scendono dall’alto.
Allora semmai l’iconostasi - come si chiama quella parete che sembra separare il
santuario dal resto della chiesa - non è fatta per separare. In origine nasce in
Russia, semplicemente per tenere caldo il santuario. Caso mai, se vogliamo avere
una simbologia è vero il contrario, che da lì dove c’è il corpo e il sangue di
Cristo, si sprigiona la potenza di Dio che si manifesta verso l’esterno con le
immagini della Madre di Dio, di Cristo e dei Santi: non serve a separare ma ad
unire.
Subito dopo la preghiera diaconale ci sono le cosiddette antifone, che sono tre.
In origine, nella liturgia di S. Giovanni Crisostomo che è quella che celebriamo
quasi tutto l’anno - è di origine antiochena (IV secolo) - si faceva una
processione attraverso l’esterno di varie chiese importanti della città, fino a
che si arrivava in cattedrale. Durante questa processione si cantavano dei
salmi, tra una chiesa e l’altra. Arrivati davanti alla chiesa il diacono
proponeva delle intenzioni di preghiera; il sacerdote che era sempre insieme a
lui le concludeva con una preghiera finale e poi si continuava fino alla
cattedrale. Arrivati in cattedrale il vescovo accoglieva tutti, tutti prendevano
posto, c’era l’ingresso del vangelo che si teneva in un posto separato
dall’altare. L’arcidiacono prendeva il vangelo e lo portava solennemente per
appoggiarlo sulla santa mensa. Lì cominciava la liturgia della Parola.
Noi abbiamo conservato la struttura delle antifone che non sono altro che il
resto di queste processioni con le quali si arrivava in chiesa. Da un punto di
vista razionalistico e logico dovremmo sopprimerle perché non c’è più nessuna
processione, ma voi sapete che la liturgia orientale è straordinariamente
conservatrice. Ma anche in quella latina, dopo la riforma del Concilio Vaticano
II ci sono stati Lefebvre e i suoi compagni, che in nome di una Chiesa di 500
anni fa, fanno fatica a capire quella di oggi. La fedeltà alla tradizione non
vuol dire bloccarsi. Tanto è vero che durante la liturgia settimanale noi
saltiamo le antifone, diciamo solo le preghiere sacerdotali. Durante la liturgia
domenicale che è quella solenne ci sono ancora, tra l’altro sono molto belle,
sono cantate.
Alla fine delle antifone ci sono i canti propri del giorno, poi segue la
liturgia della Parola: lettura dell’Epistola e lettura del Vangelo. Voi sapete
sicuramente che nella liturgia latina è stata reintrodotta la lettura
dell’Antico Testamento, ma è stata reintrodotta non come era anticamente, quando
si faceva una lettura continua. Ora si leggono brani scelti qua e là, in modo
che corrispondano al vangelo. Il che francamente, da una parte è utile,
dall’altra è fuorviante. Perché l’Antico Testamento non è valido solo perché si
riferisce al vangelo. E’ Parola di Dio di per sé. Bisogna saperla accogliere per
quello che è. Poi nella nostra ottica di cristiani, noi in filigrana vediamo
tutto ciò che è relativo al vangelo. Ma ci accomuna ai nostri fratelli ebrei i
quali non leggono così l’Antico Testamento, e hanno ragione anche loro. Perché è
solo a partire da Cristo che quelle pagine sono cristologiche. Se uno non parte
da Cristo quelle pagine forse parlano del Messia. Noi aspettiamo la stessa
persona - per noi che ritorni, per loro che venga - ma è lo stesso Messia che
aspettiamo.
Dopo la liturgia della Parola c’è l’omelia e poi c’è la parte eucaristica vera e
propria. C’è un secondo ingresso con le offerte, il pane ed il vino, che vengono
preparati prima della messa. La preparazione si fa mettendo una particola di
pane per ogni persona per la quale si intende pregare specialmente. Oltre a
tante altre, perché per esempio oggi ci saranno circa novanta persone presenti
in chiesa. Un tempo i santi doni venivano dalla sacrestia. Adesso nelle nostre
chiese orientali c’è un piccolo altare laterale all’interno del santuario che si
chiama prothesis, dove si fa la preparazione dei doni. Da lì si prendono e si fa
l’ingresso dalla porta centrale. Gli slavi fanno tutto il giro della chiesa, noi
facciamo semplicemente un breve giro dalla porta di sinistra a quella centrale.
C’è poi l’anafora, la preghiera di offerta, che voi non sentirete, la dovrete
leggere, perché il coro canta il Sanctus. Mentre il coro canta, il sacerdote
legge l’anafora. Sentirete solo le parole dell’istituzione: “Prendete e
mangiate, questo è il mio corpo”. La liturgia “di S. Giovanni Crisostomo” si
chiama così per via dell’anafora, che è quella che noi celebriamo quasi tutto
l’anno; in realtà non è quella che anticamente veniva celebrata di più, che era
invece quella di S. Basilio. Le due liturgie fino al punto dell’anafora sono
uguali, dopo si differenziano per le preghiere sacerdotali, quelle che la gente
non sente.
L’anafora “di S.Basilio” è molto più lunga e molto probabilmente è di S.
Basilio, perché hanno fatto tanti studi e il linguaggio usato corrisponde a
tante frasi particolari che ci sono nelle opere sicuramente autentiche del
Santo. Quella liturgia si recitava la domenica e in tutte le feste solenni.
Anticamente la liturgia si celebrava solo la domenica, poi si è iniziato a
celebrare anche il sabato. Nella nostra tradizione sabato e domenica sono i
giorni nei quali è proibito fare penitenza, perché sono i giorni della gioia,
non si digiuna mai di sabato da noi.
Questa anafora è molto bella ed è stata il modello del canone IV della liturgia
latina attuale, dove si racconta tutta la storia della Salvezza in dettaglio. La
liturgia cosiddetta “di S. Giovanni Crisostomo” è una liturgia antiochena; S.
Giovanni forse ha fatto qualche ritocco, ma è più antica di lui perché è quasi
uguale anche nelle costituzioni apostoliche che sono un testo siriaco. Era una
liturgia che si recitava quando capitava la memoria di un santo - hanno
cominciato a celebrare la memoria dei martiri nel IV secolo, generalmente nel
dies natalis del martire, cioè nel giorno in cui aveva subito il martirio
(quando si conosceva). Piano piano si è cominciato a celebrare la liturgia anche
nei giorni feriali, anche nella liturgia latina.
Se voi prendete il Sacramentario leoniano (V-VI) secolo, ci trovate solo le
formule per le messe del sabato e della domenica. Se invece prendete il
Sacramentario cosiddetto gregoriano (VII-VIII secolo), ci trovate le formule per
le messe di tutti i giorni. Il che vuol dire che tra il VI e l’VIII secolo si è
cominciato a dire la messa tutti i giorni e cioè a celebrare tutte le memorie
dei santi. Qualcosa del genere è successo anche in Oriente: la liturgia di S.
Giovanni Crisostomo che si recitava in queste occasioni, è diventata
predominante rispetto a quella di S. Basilio, che è rimasta nel periodo di
Quaresima, nel Vespro solenne della vigilia di Natale, l’1 gennaio che è la
memoria della morte di S. Basilio, nel Vespro solenne della vigilia
dell’Epifania e nel Giovedì Santo. Questi sono i dieci giorni nei quali ancora
celebriamo con questa liturgia.
Faccio un passo indietro per quanto riguarda la lettura dell’Antico Testamento:
era scomparsa anche dalla liturgia latina, l’ha reinserita il Concilio Vaticano
II. Un resto di questa lettura che esisteva è dato da noi dal cosiddetto
Prokìmenon, che sono alcuni versetti di Salmo, con un ritornello, che si cantano
prima dell’Epistola e sono in realtà un Salmo responsoriale, che avevano senso
quando c’era prima la lettura dell’AT; ora non avrebbe più senso, ma rimane lo
stesso per il conservatorismo tipico soprattutto della liturgia orientale - ma
anche in quella latina non si scherza! Anche l’anafora di S. Giovanni Crisostomo
è molto bella, è essenziale, ma sottolinea fortemente la trascendenza di Dio, la
distanza che c’è tra noi e Dio e che viene colmata da Gesù Cristo con lo Spirito
Santo.
C’è un’altra particolarità importante della nostra liturgia che è da sistemare
in una concezione più ampia. E’ chiaro che ciò che fa diventare la nostra
offerta del pane e del vino il corpo ed il sangue di Cristo non sono le parole
magiche che diciamo noi preti come una bacchetta magica, ma è la potenza dello
Spirito di Dio che opera questa trasformazione, è la preghiera di tutta la
Chiesa, gerarchicamente costituita ma una, che chiede al Padre di trasformare
queste cose. Qual è il momento esatto di questa trasformazione? Nella liturgia
latina tutti stanno a capo chino durante le parole dell’istituzione. Anche qui
lo fanno le persone, perché la gente che viene da noi è latina, ma nella nostra
tradizione autentica, (addirittura in Oriente si prosternano per terra), è dopo
le parole dell’istituzione, quando c’è la preghiera di invocazione dello Spirito
Santo. Non lo sentirete perché c’è il coro che canta, ma lo leggerete nel
libretto. Noi chiediamo al Padre che mandi il suo Spirito dopo aver detto “il
Signore disse questo nell’ultima cena”: “Allora Padre manda il tuo Spirito su
noi, noi tutti, e su questi santi doni, perché questo pane (è ancora pane fino a
quel momento) diventi corpo del tuo Figlio, perché ciò che è in questo calice
diventi il sangue di tuo Figlio”. E’ molto sottolineata la pneumaticità, la
presenza dello Spirito Santo.
Ad integrare questo voi sentirete molto spesso parlare della Madre di Dio, della
Vergine Maria. Viene nominata moltissimo nel corso della divina liturgia perché
è colei nella quale lo Spirito Santo ha rifulso nella maniera più piena ed è la
nostra sorella e la nostra madre in questo senso.
Non troverete difficoltà vera e propria nel seguire la liturgia. Noi qui a
Grottaferrata teniamo ancora a celebrare la liturgia solenne delle 11, ma
abbiamo anche altre liturgie lette perché il coro non può restare per tre messe.
In realtà nella tradizione bizantina si celebra una sola liturgia; noi ne
celebriamo tre la domenica perché vengono tante persone e la nostra chiesa è
piccola. Di per sé, però, la liturgia dovrebbe essere una sola ed i sacerdoti
dovrebbero concelebrare tutti. I nostri confratelli celebrano insieme alle 7.30
la domenica, alle 11.00 c’è solo uno che celebra.
Il coro occupa molto spazio. Siete pregati di non cedere all’estetismo
orientaleggiante per cui molta gente viene qui perché trova un clima “molto
mistico”. Mistiche sono la morte e la resurrezione di Cristo, dove nessuno
cantava ed in nessun tipo di rito! E’ vero che i canti sono belli, ma andate a
sentire una messa latina a S. Anselmo fatta bene, senza chitarre, con un bel
canto gregoriano e vi accorgerete che è altrettanto bella. Canti con chitarre da
noi sono impensabili, non c’è nessuno strumento musicale, perché lo strumento
musicale più nobile che esista è la voce dell’uomo; non sono i pezzi di legno,
di corda o di metallo ad essere all’altezza. D’altra parte questa storia di
queste musichette che vanno in giro da tanti anni nelle chiese latine: “Così
è per i giovani...”.
A parte che la liturgia non è per i giovani, è per tutti, ma se la liturgia non
ci immette in un’atmosfera spirituale (non psicologica) diversa dal quotidiano,
a cosa serve mai? Se io vado lì per ritrovare le stesse canzonette che sento
tutto il giorno alla radio o alla televisione a che mi serve? Questa è una nota
esplicitamente polemica che voglio fare, e tenete presente che io sono nato e
cresciuto nella Chiesa latina. Battezzato a Roma, nato a cinquecento metri da S.
Pietro. Con questo non sto dicendo che la liturgia bizantina sia migliore della
latina, ma che una liturgia bizantina fatta male è peggio delle liturgia latina.
Perché se nella liturgia latina il rischio è la sciattezza, nella liturgia
bizantina è il teatro. Ve ne accorgerete. E non si può fare teatro con Dio. Così
non si può essere sciatti quando si prega. “Sta attento a quello che fai
quando vai nella casa di Dio, perché Lui è in cielo e tu sei sulla terra”,
dice il Qoelet. E il Signore ci dice “Non moltiplicate le parole come fanno i
pagani”.
Purtroppo la liturgia bizantina moltiplica un po’ le parole perché è più lunga.
Voi guardate tutto con molta serenità e con molto spirito critico. Non c’è
nessuna liturgia cristiana che è migliore delle altre. Ognuna ha una sua
ricchezza particolare, ecco perché la sinfonia di tutte le tradizioni liturgiche
della Chiesa arricchisce il mistero della Chiesa una e plurima nello stesso
tempo.
Domanda:
Ci parla un po’ di più della consacrazione?
Nella liturgia latina del “Canone romano”, uno e unico per quasi duemila
anni - che è una preghiera stupenda, una delle più belle anafore che esistano -
ci sono due momenti epicletici. Il primo è il gesto che si fa con le mani sulle
sante oblate (è lo stesso gesto che si fa nelle ordinazioni). E’ l’invocazione
della discesa dello Spirito che viene fatta con il gesto che è obbligatorio. Non
si può non farlo. Poi già S. Ambrogio, nel De mysteriis (Sui Sacramenti), che
sono delle istruzioni date ai suoi catecumeni, spiegava che con la preghiera che
c’è nel Canone romano dopo il ricordo dell’istituzione, “Jube hæc perferri
per manus sancti angeli tui in sublime altare tuum” (comanda che questi doni
siano portati dal tuo angelo santo al tuo altare sublime), si chiede al Padre di
comandare allo Spirito Santo che porti queste offerte al suo altare invisibile,
sublime, celeste, immateriale, e che faccia di questo pane e di questo vino il
corpo ed il sangue di Cristo. L’angelo santo al singolare è lo Spirito Santo.
L’epiclesi, anche nel Canone romano antico, c’era quindi dopo le parole
dell’Istituzione, basta saperla leggere. Già S. Ambrogio diceva questo e così un
grande commentatore della liturgia bizantina, nella forma nella quale ancora
oggi si celebra, S. Nicola Cabasilas del XIV secolo, ripeteva.
S. Nicola Cabasilas ha scritto un commento alla divina liturgia e cita S.
Ambrogio, perché già ai suoi tempi latini e greci discutevano su questo. I greci
accusavano i latini di non avere epiclesi e i latini accusavano i greci di
avercela inutilmente perché bastano le parole dell’istituzione. S. Nicola
Cabasilas dice che non è così, anche i latini hanno l’epiclesi: “Perfino S.
Ambrogio lo spiega”. E’ quindi un falso problema. Quando si vuole litigare
“on fait flèche de tout bois”, dicono i francesi, con ogni legno si fa una
freccia.
E’ questo il problema dell’ecumenismo, sono mille anni che vogliono litigare.
Di Cabasilas dovreste leggere un libro bellissimo, “La vita in Cristo”,
uno splendido trattato sulla vita spirituale vista in relazione ai sacramenti.
Se voi prendete i trattati di spiritualità latino-occidentali, fino ad una
ventina-trentina di anni fa, trovate che la vita sacramentale sta da una parte e
la vita spirituale da un’altra: si appiccicano dall’esterno, diventano delle
pratiche di pietà. La messa non è una pratica di pietà, tanto è vero che non si
dice individualmente. Un prete non deve dire la messa da solo, salvo in casi
eccezionali. La liturgia è comunitaria.
(L’epiclesi è l’invocazione dello Spirito Santo, l’anamnesi sono le parole
dell’istituzione. Sono i due momenti che insieme fanno la consacrazione. Si
invoca lo Spirito e si dicono le parole: “Questo è il mio corpo”.)
Domanda:
Quali sono le differenze tra la liturgia latina e quella bizantina per quanto
riguarda la Liturgia delle ore?
L’Ufficio delle ore è completamente diverso in tutte le tradizioni liturgiche.
Noi, gli armeni, i siriani, i copti, abbiamo grandi differenze. Ciò che è
caratteristico della liturgia delle Ore latina è una preponderanza direi
assoluta e molto sana della Parola di Dio, cioè dei Salmi. In un certo senso è
la più ricca di Salmi, variando ogni giorno. Anche nella liturgia orientale ci
sono tanti Salmi e ci sono delle cose fisse ogni giorno. Quelli che noi
recitiamo ogni giorno sono una trentina, più quelli variabili che si
inseriscono, ma che sono pochi. Solo in Quaresima noi abbiamo delle letture nel
Mattutino, negli altri tempi dell’anno no. Letture bibliche noi le abbiamo nel
Vespro che inizia certe feste solenni. C’è un bellissimo libro di P. Robert Taft,
“La liturgia delle Ore in Oriente e in Occidente”, con tutti gli schemi,
lo sviluppo storico delle diverse liturgie, se volete approfondire.
Domanda:
Lei ha detto che si cita Maria durante la vostra liturgia. In quali momenti?
Quasi sempre, nella conclusione delle parole sacerdotali, si fa menzione della
Madre di Dio, e poi ad un certo momento, dopo la consacrazione e l’epiclesi,
quando si fa la memoria dei Santi, la prima che si cita è lei. Il sacerdote
esclama “In modo particolare per la tutta santa, intemerata, benedetta sopra
ogni creatura, la gloriosa nostra Signora, Madre di Dio e sempre vergine Maria”
e il coro canta il megalinario della Madonna, cioè la celebrazione della Vergine
Maria propria di quel giorno. Nel frattempo il sacerdote va ancora avanti
continuando a recitare l’anafora. Ogni giorno perciò c’è un canto mariano
inserito dentro l’anafora che varia secondo i tempi liturgici. Sentirete cantare
sia l’Epistola che il Vangelo, si cantano sempre, ma anche nel rito latino
solenne si cantano.
Domanda:
Come mai non c’è l’atto penitenziale nella liturgia orientale?
Non dovete chiedervi perché non c’è nella liturgia orientale, ma perché c’è in
quella latina. Perché in nessuna Chiesa c’è l’atto penitenziale, non è ancora
spiegato nella storia liturgica della liturgia romana, perché c’è un atto
penitenziale in un momento di solennità. Da quando poi si dice la messa tutti i
giorni non meraviglia. Ma la messa non si dovrebbe dire tutti i giorni.
Domanda:
Come si svolge la vostra giornata?
Ti do l’orario tipico perché poi ci sono delle variazioni nel corso dell’anno.
La sveglia suona alle 5.30, ma molti di noi si alzano prima, per pregare un po’
per conto proprio, per le proprie pulizie, per mettere a posto la stanza. Il
mattutino inizia alle 6.00 e dura normalmente un’ora. Subito dopo c’è la divina
liturgia che dura un’altra ora - quella feriale, perché quella della domenica
dura un’ora e mezza. Facciamo una rapida colazione e poi ognuno si dedica al
proprio lavoro fino a mezzogiorno. C’è chi si occupa del restauro dei libri, chi
lavora in biblioteca, chi insegna (noi abbiamo un piccolo liceo). I nostri
fratelli anziani non lavorano. Alle 12.30 abbiamo la preghiera dell’Ora Terza e
dell’Ora Sesta, alle 13.00 andiamo a pranzo, alle 13.30 finiamo e c’è il riposo.
Alle 15.45 c’è l’Ora Nona alla quale segue immediatamente il Vespro e si arriva
così alle 17.00. Poi c’è un periodo di studio o per finire il lavoro della
mattina. Alle 19.30 ci riuniamo di nuovo per recitare la quarta parte
dell’Akathistos, cioè l’inno in onore della Madre di Dio. La nostra è una chiesa
mariana, è dedicata alla Madonna. Poi ci sono venti minuti di lettura
spirituale, una mezz’ora per la cena, recitiamo la compieta che dura mezz’ora e
poi alle 21.00 ognuno va in camera. Se uno vuole continua a leggere, studiare,
pregare. E’ una divisione del tempo molto equilibrata. Dalle 21.00 alle 5.30 del
mattino ci sono otto ore e mezza se uno vuole dormirsele tutte, non sono poche.
Ma nessuno dorme tutto questo tempo, non per ascesi, semplicemente perché è
troppo. La giornata è molto scandita dalla Liturgia delle Ore, come in qualsiasi
monastero, anche in quelli latini. Per i benedettini o cistercensi è lo stesso.
C’è una distribuzione equilibrata del lavoro e dello studio. Siamo sempre anche
a disposizione per chi viene a chiedere un accompagnamento spirituale o una
confessione.
Domanda:
Il lavoro assegnato a ciascuno lo decidete voi?
No, lo decide l’abate, il quale sa quali sono le esigenze della comunità. Noi
qui siamo un’abbazia nullius, nel senso che l’abate è il capo della comunità e
viene come tale eletto da noi, ma è anche vescovo, ha tutti i poteri di un
vescovo all’interno delle mura che avete visto. Noi siamo una piccolissima
diocesi. Ha i poteri giuridici, ma non può consacrare un sacerdote o un diacono
perché non è stato consacrato vescovo. Ha i poteri di un vescovo, dà le lettere
dimissorie quando uno deve essere ordinato, dà l’imprimatur per la pubblicazione
di un libro e così via. Tutte quelle cose che sono di pertinenza di una Curia
vescovile. Aggiungo una cosa che vi incuriosirà. Noi sacerdoti bizantini, fin da
quando siamo ordinati, abbiamo immediatamente la facoltà di celebrare la
cresima. Tanto che noi diamo Battesimo, Cresima ed Eucarestia ai battezzandi.
Bambini o adulti. Io facevo il professore prima di diventare monaco, qualche
anno fa ho battezzato un mio ex-alunno di trentotto anni, più alto di me.
Abbiamo dovuto trovare una vasca grandissima per farcelo entrare, perché noi
facciamo il Battesimo per immersione. I bambini che sono abituati al bagnetto
stanno quasi sempre tranquilli, a volte gridano, a volte fanno la cacca. In
greco si dice “copronymos” (copros è la cacca, onoma è il nome): Un imperatore
bizantino, Costantino V, è stato chiamato così perché da bambino gli è successo
questo. L’obiezione che in genere viene fatta è: “Ma come? Date i Sacramenti
ai bambini che non capiscono niente?”. Ma perché i latini non danno il
Battesimo ai bambini? E mica capiscono! La Cresima non c’entra nulla con la
maturità, perché allora non mi dite che a quindici anni i ragazzi sono maturi, è
il momento della scemenzialità massima, non bisognerebbe proprio dargliela!
I latini hanno fatto di una prassi scorretta che deriva da una condizione di
necessità, una petizione di principio. Di per sé il ministro ordinario
dell’iniziazione cristiana, cioè battesimo e cresima inseparabili, è il vescovo
che ti accoglie nella comunità. Nell’antichità i battesimi non si celebravano
tutti i giorni, ma a Pasqua, mentre c’erano le letture dell’Antico Testamento.
Il vescovo con i diaconi e le diaconesse andava nel battistero e battezzava i
maschi assistito dai diaconi e le femmine dalle diaconesse, perché il
battezzando era completamente nudo. Dopo i battezzati indossavano la veste
bianca (“in albis”) e processionalmente rientravano in chiesa dal battistero che
era sempre separato - perché prima diventi cristiano e poi entri in chiesa! Per
questo è assurdo quello che fanno oggi quando mettono i battisteri vicino
all’altare; è ridicolo. La risposta a questa obiezione è: “Ma così si vede
bene!”. Va bene, allora mettiamoci anche un letto matrimoniale e un
confessionale così vediamo tutti i sacramenti. Qui vedrete che il battistero è
nel nartece, prima di entrare in chiesa.
Nella chiesa latina è anche legittimo separare nel tempo il Battesimo dalla
Cresima, ma purché la Cresima venga prima dell’Eucaristia, perché chi è che
rende quel pane e quel vino il corpo e il sangue di Cristo? E’ lo Spirito
Santo... e se uno non ha ricevuto la pienezza dello Spirito come fa ad accedere
a questo? Allora succedeva questo: siccome il vescovo andava nei paesi di
montagna raramente, allora hanno cominciato a dare la comunione in attesa che il
Vescovo imponendo le mani mettesse tutto a posto. Da questa prassi, che per
esempio a Roma non era osservata - quando io ero ragazzino il Vescovo veniva il
sabato pomeriggio e cresimava i ragazzi che l’indomani mattina facevano la
comunione insieme a tutti gli altri – è derivata la posticipazione della
Cresima. Oppure nella stessa messa, dopo la liturgia della Parola, veniva
impartita la Cresima e dopo si faceva la Comunione.
La Taxis (ordine-ufficiatura) dei Sacramenti era conservata nel modo giusto. Nel
Battesimo noi risorgiamo alla vita nuova in Cristo. Lo Spirito ci viene dato a
completamento di tutto questo, per la pienezza della maturità cristiana, non
umana. Perché altrimenti agli handicappati mentali non sarebbero mai dati i
Sacramenti. Invece la Chiesa dà i Sacramenti e fa benissimo. Il Vescovo Apicella
mi diceva anni fa commosso che esperienza era stata per lui andare a dare la
Cresima ai bambini portatori di handicap in un istituto. Lui era profondamente
emozionato perché lì vedi la presenza dello Spirito Santo, non dell’intelligenza
delle persone. E pensate che ricchezza è per un bambino andare a messa con i
genitori e fare la comunione! Noi diamo la comunione anche a bambini
piccolissimi; quando ancora non masticano diamo il Santo Sangue con il
cucchiaino. Perché la realtà dei sacramenti è una realtà oggettiva, non dipende
dalla nostra soggettività. E’ la realtà vera di Cristo che viene dentro di noi
nello Spirito Santo. Pensate che forza spirituale riceve l’anima di questo
bambino, non la sua intelligenza, se ogni settimana riceve il corpo di Cristo!
Nella liturgia latina adesso si concede talvolta di superare questa separazione
operata per motivi pastorali. Si concede ciò che è normale, perché ciò che non è
normale è diventata la regola. Da noi bizantini, siccome si è mantenuta
l’unitarietà dell’iniziazione cristiana, nel momento stesso in cui veniamo
ordinati preti noi riceviamo il permesso di fare la Cresima. Noi sacerdoti e
monaci di qui possiamo farla solo all’interno della nostra diocesi. Se voglio
andare a celebrare una Cresima ad Albano devo chiedere il permesso al vescovo di
Albano. Ma capite come è diversa l’impostazione? Non è antropocentrica. E’
chiaro che tutto è fatto per la nostra Salvezza, ma è stato fatto da Dio. Se non
guardiamo prima a Lui, ma solo a noi stessi qualcosa non funziona.
Lo dico spesso in confessione alle persone che continuano a scavarsi dentro: “Ma
sì, è vero, noi siamo proprio dei poveracci, facciamo tante cose che non vanno,
ma guarda prima di tutto al Signore, che ti dà la sua potenza e la sua forza,
non stare solo a cincischiare con te stesso”. Non siamo noi il principale
argomento, ma la Grazia di Gesù Cristo.
Domanda:
Che differenze pratiche ci sono per quanto riguarda il Sacramento della
Riconciliazione?
C’è una preghiera lunga che sacerdote e penitente fanno insieme. Poi c’è
un’allocuzione del sacerdote dove si dice: “Guarda io sono un poveraccio come
te, non ti vergognare, andiamo a vedere cosa c’è che non va”. La nostra
tradizione prevede che, senza curiosità, come il medico che chiede “Ti senti
questo?”, il sacerdote faccia delle domande. C’è una ricerca dei sintomi della
malattia spirituale e noi dobbiamo aiutare la persona che spesso non sa fare un
vero esame di coscienza - e te ne accorgi subito. Non chiediamo “Quante
volte? Con chi?”, ma “Sei capace di perdonare le offese? Sei generoso con il
prossimo?”. Perché le persone ti dicono sempre subito i peccati di sesso, ma le
cose più importanti se le dimenticano. Dopo la confessione dei peccati c’è
un’allocuzione e la formula di assoluzione che è di tipo deprecatorio:
“Il Signore che ha perdonato Davide quando ebbe confessato i suoi peccati al
profeta, che ha perdonato Pietro che piangeva amaramente per averlo rinnegato
tre volte, che ha perdonato la peccatrice che con le sue lacrime gli lavava i
suoi santissimi piedi, che ha perdonato il pubblicano e il figliol prodigo,
perdoni anche i tuoi peccati nella vita presente e nella vita futura per mezzo
di me, suo indegno servo e ti renda degno di stare irreprensibile davanti al
trono della sua Gloria, Lui che regna nei secoli dei secoli”. E’ una vera
assoluzione che si dà davanti all’icona di Cristo e con la stola che si mette
sulla testa del penitente. La sostanza è assolutamente la stessa.
Domanda:
Come mai lei, nato a Roma, ha scelto di diventare monaco di rito orientale?
Perché il Signore fa bene tutte le cose. Io avevo diciannove anni e facevo
l’università a Roma, facevo filologia classica. Conobbi uno studente del
collegio greco che sta accanto alla chiesa di S. Atanasio di via del Babuino,
che era fratello di un mio confratello, di uno che era monaco qui. Eravamo
diventati amici, passeggiavamo insieme, e un giorno mi ha invitato ad andare ad
assistere ad una delle loro liturgie a S. Atanasio. Era il 1965, tarda
primavera: oltre alla bellezza della liturgia che mi colpì molto, un’altra cosa
che mi colpì fu l’omelia di monsignor Fortino, che ancora oggi è Rettore della
chiesa di S. Atanasio. Io non ricordo il Vangelo di quel giorno, ma ricordo
l’inizio dell’omelia: “Questo Vangelo ci prende sulla terra e ci fa arrivare
fino al trono di Dio”. Pensai che era quello che volevo sentire. I preti latini
erano sempre pesantemente moralistici. Adesso non lo fanno per niente ed è
ugualmente sbagliato, perché la gente non sa nemmeno più quali sono i
comandamenti, cosa è lecito e cosa non lo è. La fede sta da una parte e la
morale dall’altra e tutti fanno quello che vogliono, poi vanno e si comunicano
tranquillamente.
L’esortazione di Pio X a fare la comunione frequente, non vuol dire farla
sciattamente, ma ciascuna come fosse la prima, l’unica e l’ultima. Vale per voi
e per noi. Abituatevi a fare la comunione, ma non fate la comunione per
abitudine. Questo è pessimo anche per i preti. Tanto è vero che in Quaresima noi
facciamo una grande astinenza liturgica. Noi non celebriamo la messa durante la
Quaresima nei giorni feriali, ma solo il sabato e la domenica. Digiuniamo del
pane eucaristico.
Quel giorno della primavera del 1965 sono rimasto affascinato e ho cominciato ad
andare tutte le domeniche a S. Atanasio dove sono diventato uno dei cantori e a
lavorare tutta la settimana nella mia parrocchia latina dove facevo il
catechista. Sono uno dei pochi cristiani con due polmoni. Quando si è trattato
di rispondere alla chiamata del Signore e di intraprendere la vita monastica
tutto mi portava in questa direzione, in questo monastero dove c’era questa
tradizione liturgica alla quale ero molto affezionato. Ma amo anche la
tradizione latina. Ogni tanto prendo l’antifonale gregoriano e mi canto le
antifone gregoriane che sono stupende. Prendete le antifone che preparano nella
Novena di Natale al Magnificat. Sono stupende. Così è successo.
Il Signore fa bene tutto.
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