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La
preghiera di Gesù è la seguente:
Κύριε Ιησού Χριστέ,
Yιέ Θεού ελέησον με τον
αμαρτωλό :
Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio abbi pietà di me, peccatore.
In origine, la si diceva senza la parola peccatore; questa è stata
aggiunta più tardi alle altre parole della preghiera. Tale parola esprime la
coscienza e la confessione della caduta.
IL NOME DI GESU’:
Evagrio dice: “la preghiera è una conversazione dell’intelletto
con Dio”, e S. Macario l’Egiziano dice: “l’inesprimibile ed incomprensibile Dio
si è abbassato: nella sua bontà ha rivestito le membra del corpo ed ha posto lui
stesso un limite alla sua gloria, nella sua clemenza e nel suo amore per gli
uomini si trasforma e s’incarna, si unisce profondamente ai Santi, ai pii, ai
fedeli e diviene uno stesso Spirito con essi”.
"Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio Nome",
dice ai suoi apostoli il Signore, "la farò, perché il Padre sia glorificato
nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio Nome, io la farò" (Gv
14.13-14).
"In verità, in verità vi dico: se chiederete qualche cosa al
Padre nel mio Nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio
Nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena"
(Gv 16.23-24).
“In nessun altro c'è salvezza;
non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è
stabilito che possiamo essere salvati"(At
4.7-12),
“chiunque invocherà il Nome
del Signore sarà salvato" (Rm 10.13),
“nel Nome di Gesù ogni
ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra" (Fil 2.8-10).
La preghiera di Gesù unifica
il Divino e l’umano anche per la Rivelazione divina che in essa è contenuta.
La Preghiera del cuore, radicata nel Nuovo Testamento, viene
assunta da una «corrente» propria della spiritualità orientale antica che è
stata chiamata esicasmo. Il nome proviene dal greco
ησυχία:
hesychìa che significa: calma, pace, tranquillità, assenza di
preoccupazione. Questo stato di quiete designa contemporaneamente due diverse
scopi; il primo è relativo a chi tende ad abbandonare il mondo e allude ad una
uscita dal transeunte, il secondo è il raggiungimento della meta stessa, cioè la
pace interiorizzata.
L'esicasmo può essere definito come un sistema spirituale di
orientamento essenzialmente contemplativo che ricerca la perfezione
(deificazione) dell'uomo nella unione con Dio tramite la preghiera incessante.
La tradizione esicasta può considerarsi il vero cuore del
monachesimo ortodosso.
In un documento del monastero di Iviron del monte Athos, si legge
questa definizione: «L'esicasta è colui che parla a Dio solo e lo prega senza
posa».
La storia dell'esicasmo inizia con i monaci del deserto d'Egitto
e di Gaza. «A noi, piccoli e deboli, non ci resta altro da fare che rifugiarci
nel Nome di Gesù», dice uno di loro. Si afferma poi al monastero del Sinai, con
san Giovanni Climaco.
In genere esichia significa quiete, ma può anche voler esprimere
la pace profonda del cuore.
Nella letteratura monastica esichia rivela almeno due
significati. Prima di tutto tranquillità, quiete e pace come stato d'animo, e
condizione stabile del cuore necessaria per la contemplazione. Significa ancora
distacco dal mondo nella doppia accezione di solitudine e silenzio.
L'esichia espressa nella pace, quiete, solitudine e silenzio
interiore, che viene raggiunta attraverso la solitudine e il silenzio esteriore,
si presenta tuttavia come un mezzo eccellente per raggiungere il fine
dell'unione con Dio nella contemplazione, attraverso la preghiera o l'orazione
ininterrotta.
Questa è un mezzo eccellente, un cammino di amore autentico,
vissuto nel silenzio e nella solitudine al fine di raggiungere la preghiera vera
e l'autentica contemplazione.
L'esichia in definitiva è l'atteggiamento di chi nel proprio
cuore si pone alla presenza di Dio.
Per cogliere i vari aspetti dell'esichia che il monaco è chiamato
ad esprimere possiamo riferirci alla vita di padre Arsenio, il padre degli
anacoreti.
Ecco come viene raccontata la
sua vocazione all'esichia:
«Abbà Arsenio, quando ancora abitava nel palazzo imperiale, pregò
Dio con queste parole: "Signore mostrami la strada che conduce alla
salvezza". E una voce si rivolse a lui e gli disse: "Arsenio
fuggi gli uomini e sarai salvato".
Lo stesso, divenuto anacoreta, nella sua condizione di eremita,
di nuovo rivolse a Dio la stessa preghiera, e intese una voce che gli disse:
"Arsenio fuggi (il mondo), resta in silenzio e riposa nella pace (esichia).
È da queste radici che nasce la possibilità di non peccare"» (Arsenio
1.2).
Quest'ultima frase è all'inizio della vocazione degli esicasti:
«Fuge, Tace, Quiesce: Fuggi, Taci, Riposa». La fuga dal
mondo, il silenzio e la pace interiore sono i tre atteggiamenti che danno forma
allo stato di vita del monaco, in particolare dell' anacoreta.
Fuge: esichia come solitudine
Il monaco autentico è chiamato a vivere prima di tutto la
solitudine. I Padri del deserto, sottolineano con grande forza la fuga dagli
uomini, la necessità cioè di ridurre al minimo il contatto con essi. Si racconta
in proposito: «Il beato arcivescovo Teofilo, si recò una volta dal padre Arsenio
in compagnia di un magistrato. Chiese all'anziano di udire da lui una parola.
Dopo un attimo di silenzio, egli rispose loro: "E se ve la dico, la
osserverete?". Promisero di farlo. Disse loro l'anziano: "Dovunque sappiate che
ci sia Arsenio, non avvicinatevi"» (Àrsenio 7).
«Il padre Marco disse al padre Arsenio: "Perché ci sfuggi?".
L'anziano gli dice: "Dio sa che vi amo. Ma non posso essere contemporaneamente
con Dio e con gli uomini. Le schiere celesti che sono migliaia hanno un'unica
volontà, mentre gli uomini ne hanno tante. Perciò non posso lasciare Dio per
venire dagli uomini"» (Arsenio 13).
Alcuni contatti discreti con il mondo possono essere anche
vantaggiosi. Tuttavia solo per quei monaci che hanno acquisito una grande
maturità spirituale e ai quali è comandato espressamente da Dio. Ma per lo più
il monaco è invitato a garantirsi una zona di calma, di silenzio, di solitudine
per ricevere la formazione da parte di Dio e abituarsi alla sua silenziosa
presenza.
L'esichia come solitudine non vuol dire solo fuga dal mondo, ma
indica pure una certa stabilità in un determinato luogo solitario. Questa
esigenza è espressa con un famosa formula che poi è divenuta tradizionale:
«Rimani nella tua cella, resta nel tuo eremo, ed essa ti insegnerà ogni cosa»
(Mosè 6). «Insegnerà ogni cosa» è la stessa frase che troviamo in
bocca a Gesù quando preannunzia la venuta dello Spirito (Gv 14,26). Rimanere
nella solitudine della cella è allora apertura allo Spirito, al suo fuoco e alla
sua luce. L'abbà Macario l'Egiziano lega insieme la fuga dagli uomini e il
restare in cella: «Il padre Isaia chiese al padre Macario: "Dimmi una
parola". E l'anziano gli dice: Fuggi gli uomini! ,. E il padre Isaia
a lui: "Che cosa,significa fuggire gli uomini?". L'anziano gli disse:
"Significa rimanere nella tua cella e piangere i tuoi peccati" » (Macario
E. 27).
E rivolgendosi all'abbà Aio gli dirà: «Fuggi gli uomini,
rimani nella tua cella a piangere i tuoi peccati, e non amare la conversazione
con gli uomini. E ti salverai» (Macario E. 41).
Infatti la celia è l'ambiente per l'esichia, dirà lo stesso
Antonio il grande: «Come i pesci muoiono se restano sulla terra secca, così i
monaci che si attardano fuori della cella o si trattengono con la gente, perdono
la forza necessaria all'esichia. Come dunque il pesce al mare così noi dobbiamo
correre alla cella; perché non accada che, attardandoci fuori, dimentichiamo di
custodire il di dentro» (Antonio 10).
La solitudine può esprimersi pure in un atteggiamento di continuo
pellegrinaggio da un luogo ad un altro. Ogni luogo infatti deve essere estraneo
al monaco. Una tale estraneità - xenitèia - indica una sorta di esilio
volontario lontano dalle cose mondane. Afferma san Nilo: «Il primo dei grandi
combattimenti consiste nella xenitèia, cioè nell'emigrare solo
spogliandosi come un atleta, della propia patria, della propria razza, dei
propri beni». Il passare da un luogo ad un altro è imitare il cammino di Gesù,
come dimostra la storiella seguente:
«Del padre Agatone raccontavano che impiegò molto tempo assieme
ai suoi discepoli per costruire una cella. Quando l'ebbero finita, cominciarono
ad abitarvi, ma già dalla prima settimana vide qualcosa che gli pareva non
giovasse e disse ai suoi discepoli: "Alzatevi andiamo via di qui" (Gv 1,3l). Ne
furono molto turbati e dissero: "Se proprio avevi l'intenzione di andartene
perché abbiamo tanto faticato per costruire la cella? La gente si scandalizzerà
di nuovo e dirà: Ecco, questi instabili, che se ne vanno di nuovo". Vedendoli
così avviliti, egli disse loro: "Se anche alcuni si scandalizzeranno, altri, a
loro volta, saranno edificati e diranno: Beati costoro che per amore di Dio se
ne sono andati disprezzando tutto. Comunque chi vuole venire venga. Io adesso
vado. Allora si gettarono a terra, pregando che permettesse loro di partire con
lui» (Agatone 6; cf. anche Amoe 5).
Questi ultimi apoftegmi ci permettono di sottolineare l'aspetto
itinerante della esichia. Certamente la cella è importante; ma non si può
rimanere in essa con lo spirito del proprietario. Il monaco sa di essere
straniero su questa terra e così abbandona tutto ciò che può distoglierlo dal
servizio di Dio, vivendo nel nascondimento e nell'attesa, sperando ardentemente
nel ritorno del Signore glorioso. La solitudine esteriore è certamente
importante, ma più necessaria è la solitudine del cuore. Qui si gioca
l'autentica esichia, ovvero l'eremitismo o l'anacoresi interiore, il monachesimo
del cuore, il solo che può condurre alla Preghiera di Gesù.
Tace: esichia come silenzio
Nella solitudine il monaco è chiamato a vivere il silenzio. La
voce che Arsenio aveva udita si era infatti espressa nei termini che sappiamo:
fuge, tace, quiesce.
Il silenzio che esprimono i Padri del deserto, come giustamente è
stato detto, «è un silenzio dai mille nomi e dai mille volti dove ogni cosa è al
suo posto, è un silenzio prezioso per l'anima, un silenzio che sta dalla parte
della trascendenza. Dai vari apoftegmi emerge che il silenzio dei Padri del
deserto è il silenzio dell'umiltà, del tacere di se stessi, è il silenzio che
toglie le parole all'egoismo, alla superbia, all'amor proprio, è il silenzio di
chi si fa pellegrino e straniero, ma è anche il silenzio dell'amore, il silenzio
di chi non giudica il prossimo, di chi non parla o sparla degli altri, infine è
il silenzio della fede, di chi si fida del Totalmente Altro, di chi si è messo
completamente nelle sue mani».
Consideriamo alcuni particolari di questo grande silenzio.
La preghiera perpetua è il problema pratico fondamentale che
viene dibattuto molto nei primi secoli cristiani. I monaci avevano il dovere di
realizzare questo comando della Scrittura, più di tutti gli altri cristiani. Il
loro amore per il silenzio è senz'altro la forma, il clima, la dialettica stessa
della preghiera ininterrotta
Il silenzio è come una cella e una sorta di eremo portatile da
cui l'uomo di preghiera non uscirà mai anche quando per motivi di carità, dovrà
andarsene dalla sua cella visibile. Afferma il grande Poemen «Se tu sarai nel
silenzio tu otterrai il riposo in qualsiasi luogo abiterai» (Poemen 84).
Custodire il silenzio, quando si presenta l'occasione di parlare,
è la vera fuga dagli uomini: «Dominare la propria lingua ecco la vera
estraneità - xenitèia -», afferma abbà Titoes.
«Il padre Giovanni era fervente nello Spirito. Venne un tale a
visitarlo e lodò il suo lavoro: stava lavorando alla corda, e rimase in
silenzio. Tentò una seconda volta di farlo parlare, ma egli continuava a tacere.
La terza volta disse al visitatore: "Da quando sei venuto qui, hai
allontanato da me Dio"» (Giovanni Nano 32).
«A Scete il grande abbà Macario, quando si scioglieva
l'assemblea, diceva: "Fuggite, fratelli". Uno degli anziani gli chiese:
"Dove possiamo fuggire di più che in questo deserto?" Egli poneva il dito
sulla bocca dicendo: "Questo fuggite!" e entrato nella sua cella,
chiudeva la porta e si sedeva (si poneva in esichia)» (Macario E. 16).
Il silenzio a cui invitano i Padri del deserto è anche
testimonianza. Secondo la loro esperienza è necessario parlare con le opere e
non con la lingua. E il proprio cammino di fede che opera, le parole sono spesso
inutili.
«Un fratello chiese al padre Sisoes: "Dimmi una parola".
Gli disse: "Perché mi costringi a parlare inutilmente?
Ecco, fa' ciò che vedi"» (Sisoes 45).
«Un fratello chiese al padre Poemen: "Dei fratelli vivono con
me; vuoi che dia loro ordini?". "No - gli dice l'anziano - fa' il
tuo lavoro tu, prima di tutto; e se vogliono vivere penseranno a se stessi".
Il fratello gli dice: "Ma sono proprio loro, padre, a volere che io dia loro
ordini". Dice a lui l'anziano: "No! Diventa per loro un modello,
non un legislatore"» (Poemen 174).
L'abate Isaia disse ancora: «Non deve
essere la tua lingua a parlare, ma le tue opere, e le tue parole siano più umili
delle tue opere. Non pensare senza intelligenza, non insegnare
senza umiltà, affinché la terra possa ricevere il tuo seme».
I frutti del silenzio secondo i Padri del deserto sono
molteplici. Il silenzio dona la quiete (Poemen 84); genera la castità
(Detti V,25); è di aiuto contro gli empi (Detti XI, 7); conserva
l'animo nella pace (Matoes 11); il silenzio è umiltà (Detti
XV,76); il silenzio aiuta a non giudicare il prossimo, a non condannare nessuno,
è rimedio contro la maldicenza; è scuola di tolleranza e benevolenza verso tutti
(Ammone 8).
Tuttavia un tale silenzio richiede molto coraggio. Afferma Poemen:
«La prima volta fuggi, la seconda fuggi, la terza diventa una spada» (Poemen
140).
Quiesce: rimani nella pace interiore
Solitudine e silenzio praticati concretamente, rappresentano
dunque per i Padri del deserto, il momento fondamentale dell'esichia del corpo,
dell'esichia esteriore. Una quiete che seppure esterna è fondamentale. Infatti,
come afferma Macario: «Nessuno può avere l'esichia
dell'anima, se non si è assicurato dapprima quella del corpo».
Certamente però è l’esichia interiore il cardine essenziale della
spiritualità monastica orientale. Dalla solitudine e dall'assenza di parole il
monaco è chiamato a passare al silenzio profondo attivo e creativo. E questo è
tutt'altro che quietismo. Al contrario è «ricerca della sola quiete possibile,
che è la pace di Cristo, la pace esultante di Dio nel fondo del cuore».
Il monaco si consacra per vocazione a perseguire unicamente
l'unione con Dio, attraverso la preghiera, che a sua volta presuppone il totale
distacco, la perfetta purificazione, la rinuncia a tutto ciò che potrebbe
rallentare il suo cammino spirituale.
I Padri del deserto «hanno spesso ricordato che Gesù, anche dopo
il primo ritiro nel deserto, ha spesse volte cercato la solitudine. La
solitudine pone dunque il monaco al centro stesso del mistero della redenzione,
in una configurazione al Cristo che tocca l'apice più doloroso, ma anche il più
fecondo della sua opera di salvezza. In, questo modo il legame tra solitudine e
preghiera prolungata, estasi e sofferenza viene solidamente affermato»
La ricerca cristiana della solitudine, del silenzio e della pace
interiore potrebbe anche apparire una sofisticata spinta egoistica. Ma non è
così. «Consacrare interamente la propria vita terrena perché Dio sia tutto in
tutte le cose è precisamente l'opposto dell'egoismo. E partecipare nel modo più
generoso possibile, dopo il martirio, alla grande opera di Dio amore» .
LA PREGHIERA ESICASTA
S. Giovanni Climaco
Senza alcun dubbio, fra tutti i metodi il primo posto spetta a
quello raccomandato da Giovanni Climaco. Tale metodo, infatti, è particolarmente
pratico e non presenta alcun pericolo: è necessario e addirittura indispensabile
per l'efficacia della preghiera; esso è alla portata di tutti i cristiani
che vivono con pietà e cercano la salvezza, siano essi monaci o laici. Giovanni
Climaco, grande guida dei monaci, parla di tale metodo in due punti della sua
Scala che conduce dalla terra al cielo: nel gradino che tratta
dell'obbedienza e in quello sulla preghiera. Il fatto stesso che egli esponga il
primo metodo nel capitolo consacrato alla dottrina riguardante l'obbedienza dei
monaci cenobiti, mostra chiaramente che esso è concepito anche per i monaci.
L'esposizione di tale metodo è poi ripresa nel lungo capitolo consacrato alla
preghiera, dopo le istruzioni concernenti gli esicasti; è rivolta quindi anche
ai monaci più avanzati nel cammino spirituale. Lo ripetiamo: il suo grande
merito consiste nel fatto che esso dà piena soddisfazione evitando qualsiasi
pericolo. “Rinchiudi il tuo pensiero nelle parole”
Nel gradino sulla preghiera Giovanni Climaco dice:
“Sforzati di ricondurre o esattamente di rinchiudere il pensiero
nella preghiera”.
Se, dato il suo stato d’infanzia, il tuo pensiero viene a mancare
e si disperde, riconducilo. La mente tende all'instabilità. Ma colui che mette
ordine in tutte le cose può darle stabilità. Se tu perseveri in questa attività
e la custodisci costantemente, colui che stabilisce in te dei limiti al tuo mare
verrà e le dirà durante la tua preghiera: “Fin qui giungerai e non oltre”(Gb
38.11). Non è possibile legare lo spirito; ma là dove si trova il creatore di
tale spirito, tutto si sottomette a lui".
La fase iniziale della preghiera consiste nel respingere i
pensieri fin dal loro nascere, mediante la preghiera; la fase centrale si ha
invece quando la mente rimane esclusivamente nelle parole pronunciate vocalmente
o mentalmente; il coronamento, infine, è il rapimento della mente verso Dio.
Nel gradino sull'obbedienza, Giovanni afferma: "Lotta costantemente con il
tuo pensiero e fallo ritornare a te ogni volta che prende il volo. Dio non esige
dai novizi una preghiera totalmente libera dalle distrazioni; non affliggerti se
derubato, ma resisti e fai costantemente ritornare la mente verso di te.”
Pregare con attenzione
Il
metodo esposto qui consiste nel pregare con attenzione, sia che lo si
faccia vocalmente che mentalmente. Quando si prega con attenzione, il cuore non
può estraniarsi, come ha detto Marco l'Asceta: "La mente che prega senza
distrazione rende il cuore contrito". Così, dunque, colui che prega secondo il
metodo esposto da Giovanni Climaco pregherà con le labbra, con la mente e con il
cuore; e chi avrà progredito in questo modo di pregare possederà la preghiera
della mente e de cuore e attirerà su di sé la grazia divina, come si può
vedere dalle parole del grande maestro dei monaci. Che desiderare di più? Nulla,
certamente.
Quando si pratica la preghiera di Gesù in questo modo, in quale
illusione si potrebbe incorrere? Si rischia solo una cosa: lasciarsi
trascinare nelle distrazioni. Ma questo è un difetto che appare chiaramente: è
inevitabile nei principianti, ma lo si può immediatamente correggere facendo
ritornare il pensiero alle parole della preghiera. Infine può essere
completamente eliminato, grazie a alla misericordia e all’aiuto di Dio, e al
prezzo di un costante sforzo ascetico.
Come Giovanni Climaco parla della preghiera del cuore
Certuni si chiederanno forse se un Padre tanto illustre e
vissuto in un'epoca in cui l'orazione mentale era fiorente non abbia detto
niente della preghiera compiuta dalla mente nel cuore. Ne parla sì ma in un modo
così velato che soltanto coloro che conoscono per esperienza tale preghiera
possono comprendere di che cosa si tratti. Il santo ha agito così in quanto
guidato da quella sapienza spirituale con cui tutto il suo libro è stato
scritto. Dopo aver esposto a riguardo della preghiera l'insegnamento più sicuro
possibile e che può condurre chi lo pratica a uno stato di grazia, Climaco si
espresse in modo allegorico su ciò che si compie quando la grazia viene a
coronare la fatica della preghiera.
"Una cosa", dice, "è volgersi frequentemente verso il proprio
cuore [....], pregare con attenzione, con la partecipazione del cuore; altra
cosa è, però, discendere con la mente nel tempio del proprio cuore e offrirvi
una preghiera mistica piena della forza e della grazia di Dio: la seconda
tuttavia procede dalla prima. L'attenzione della mente durante la preghiera
attira la partecipazione del cuore; quando l'attenzione aumenta, la
partecipazione Del cuore alla mente si trasforma in unione del cuore con la
mente; quando infine si opera la 'fusione dell'attenzione e della preghiera, la
mente discende nel cuore per compiervi il vastissimo servizio sacro
dell'orazione. Tutto ciò si realizza sotto la direzione della grazia di Dio,
secondo il suo beneplacito e il suo giudizio. Ricercare il secondo stato prima
d'aver realizzato il primo è non soltanto inutile, ma può anche causare grossi
danni. Per salvaguardare il lettore da un tale rischio, il mistero della
preghiera, in questo libro destinato all'uso comune dei monaci, viene protetto
contro la curiosità e la leggerezza di spirito. In quei tempi benedetti, in
cui numerosissimi ricettacoli della grazia, si poteva ricorrere ai loro
consigli ogniqualvolta le circostanze lo richiedessero.
Linguaggio simbolico dei Padri
Fra i monaci di Raito, per i quali il beato Giovanni scrisse la
Scala, l'orazione mentale era fiorente sotto la direzione di guide
spi4tuali esperte. Il santo scrittore vi fa nuovamente allusione, in modo
velato, nella sua "Lettera al pastore”. Ecco come si esprime: "Innanzitutto,
venerabile padre, noi abbiamo bisogno di forze spirituali per poter prendere per
mano come fossero bambini e poter liberare dalla folla dei pensieri coloro che
desideriamo condurre nel Santo dei Santi e ai quali speriamo di mostrare il
Cristo che riposa sul loro altare mistico e segreto, e questo quando si trovano
nell'anticamera di quel luogo, allorché vediamo che la folla li stringe e li
spinge nell'intento di impedire loro l'entrata desiderata. E se questi bambini
sono estremamente deboli e nudi, bisogna che ce li mettiamo sulle spalle e li
portiamo fino a che abbiano raggiunto la porta d'entrata. So benissimo che lì
abitualmente ci si accalca e scoppiano risse di ogni genere. Ecco perché c'è chi
ha detto a questo proposito: Questa fatica è dinanzi a me fino a che io non
entri nel santuario di Dio (Sal 72.16-17). La fatica, però, dura solo fino
all'entrata.
Isacco il Siro
"Colui che desidera vedere il Signore in se stesso si sforza di
purificare il proprio cuore con l’incessante memoria. Il paese spirituale
di un uomo la c cui anima è pura si trova dentro di lui, il sole che vi
brilla è la luce della santa Trinità, l'aria che vi respirano i suoi abitanti è
lo Spirito Santo, la gioia, l’esultanza di quel paese è Cristo, Luce dalla Luce
che è il Padre. Questa è la Gerusalemme, il regno di Dio nascosto in noi di cui
parla il Signore (cfr. Lc 17.21). Quel paese è la nube della gloria di
Dio: solo coloro che sono puri di cuore vi entreranno per vedere il Volto del
loro Maestro e per avere la mente illuminata dai raggi della sua luce.
"Sforzati di entrare nella cella che è in te e vedrai la cella
celeste. L'una e l’altra sono una sola: è attraverso un’unica entrata che
penetri in entrambe. La scala che porta al regno dei cieli dei cieli è in te:
essa misteriosamente issata nella tua anima. Entra nel profondo dite stesso,
lontano da ogni peccato, e la troverai i gradini per salire in cielo"
Barsanufio
Barsanufio fu un monaco che raggiunse le più alte vette della
vita spirituale e seppe introdurre i propri discepoli nel santuario della
preghiera del cuore mossa dalla grazia e negli stati cui essa conduce. Fra le
sue istruzioni leggiamo ora quella che egli diede a un esicasta che si trovava
sotto la sua direzione: "Dio, che solo è senza peccato e che salva quanti
sperano in lui, renda forte l’amore col quale tu lo servi nella santità e nella
giustizia tutti i giorni della tua vita nel santuario e sull’altare dell’uomo
interiore, là dove sono offerti a Dio sacrifici spirituali, l’oro, l’incenso e
la mirra, dove è sacrificato il vitello grasso, dove è sparso il sangue prezioso
dell'Agnello senza macchia e dove risuonano gli inni armoniosi dei santi angeli.
“Allora si offriranno vitelli sul tuo altare (Sal 50.21). Allora... quando,
dunque? Quando verrà il nostro Signore, questo sommo sacerdote che offre e che
riceve il sacrificio non cruento; quando, nel suo Nome, lo storpio seduto alla
porta Bella sarà giudicato degno di udire l'annuncio gioioso: 'Alzati e cammina
(At 3.6). Egli entrerà allora nel santuario camminando, saltando, lodando Dio.
Allora avrà fine il sonno della negligenza e ignoranza; allora si ritirerà dalle
palpebre la sonnolenza dell’acedia e della pigrizia; allora le cinque vergini
sagge accenderanno le loro lampade (cf. Mt 25.3) ed esulteranno con lo sposo
nella santa camera nuziale, cantando a a una sola voce e senza turbamento:
“Gustate e vedete quanto è buono il Signore: beato l’uomo che mette in lui la
sua speranza” (Sal 33.9). Allora avranno fine le lotte, i turbamenti, i monti;
allora regnerà la pace della santa Trinità; il tesoro sarà sigillato e resterà
al sicuro. Prega, perché tu possa comprendere e realizzare tutto questo, e
rallegrarti in Cristo, nostro Signore”.
Come iniziare
Lo ieromonaco Doroteo, asceta e autore spirituale russo, ha
proposto un metodo eccellente per imparare la preghiera di Gesù: "Colui che
prega con le labbra", scrive questo autore, "ma trascura la sua anima e non
custodisce il suo cuore, fa salire le sue preghiere in aria, ma non verso Dio, e
s'affatica invano, perché Dio è attento allo spirito e allo zelo e non alla
molteplicità delle parole. Bisogna pregare con grande fervore: con tutta
l'anima, con tutto lo spirito, con tutto il cuore, con timor di Dio e con tutte
le proprie forze. L'orazione mentale non permette di entrare nella cella
interiore né alle fantasie né ai cattivi pensieri. Vuoi imparare a praticare la
preghiera della mente e del cuore? Te la insegnerò. Sta bene attento, amico e
obbediscimi. Per cominciare, devi dire la preghiera vocalmente, cioè con le
labbra, la lingua e la voce, forte quanto basta perché tu possa udire te stesso.
Quando le labbra, la lingua e i sensi saranno sazi della preghiera detta
vocalmente, la preghiera vocale cessa e si comincia a dirla in un sussurro. Dopo
di ciò si deve imparare a fissare costantemente la propria attenzione sulla zona
della gola. Allora, a un segno, la preghiera della mente e del cuore comincerà a
sgorgare spontaneamente e incessantemente: si presenterà da sè e agirà in ogni
momento, durante qualsiasi attività e in qualsiasi luogo".
L'insegnamento di Serafim di Sarov
Il beato ieromonaco Serafim di Sarov prescrive al principiante,
in conformità a un costume già stabilito nel "deserto" di Sarov, di dire
incessantemente la preghiera:
Κύριε Ιησού Χριστέ,
Yιέ Θεού ελέησον με τον
αμαρτωλό: "SIGNORE GESU' CRISTO,
FIGLIO DI DIO, ABBI PIETA' DI ME, PECCATORE". "Durante la preghiera",
insegna
lo geron, "sii presente a te stesso, cioè
raccogli la tua mente e uniscila alla tua anima. All'inizio, per uno o due
giorni o anche più, fa questa preghiera con la sola mente, staccando le parole e
fissando la tua attenzione su ciascuna di esse in particolare. Quando il Signore
riscalderà il tuo cuore con il calore della sua grazia e unificherà il tuo
essere in un solo spirito, questa preghiera si metterà a sgorgare in te
incessantemente: essa sarà sempre con te e ti porterà gioia e nutrimento". E'
proprio questo il senso delle parole pronunciate dal profeta Isaia: 'La rugiada
che è con te è guarigione per loro' (Is 26.19). [...] Taci, custodisci
costantemente il silenzio, ricordati sempre della presenza di Dio e del suo
Nome. [...] Quando sei seduto a tavola [...] sii attento a te stesso e nutri la
tua anima con la preghiera".
Dopo aver dato questa istruzione al principiante che conduce la
vita attiva ed avergli insegnato la pratica della preghiera adatta a lui,
l'anziano gli proibisce di slanciarsi in modo prematuro e scriteriato verso la
vita contemplativa, perché è impossibile arrivare alla seconda senza passare per
la prima. La vita attiva ci purifica dalle nostre passioni peccaminose, ci fa
salire fino alla perfezione attiva e, per ciò stesso, ci spiana la strada che
porta alla vita contemplativa. Non possono avvicinarsi se non coloro che si sono
purificati dalle proprie passioni e hanno ricevuto una formazione completa nella
vita attiva, come si può vedere dalle parole della Sacra Scrittura: "Beati i
puri di cuore, perchè vedranno Dio (Mt 5.8) e da quelle di Gregorio Teologo:
"Possono avvicinarsi alla contemplazione solo coloro che hanno acquisito
un'esperienza perfetta nella vita attiva. E' necessario avvicinarsi alla vita
contemplativa con timore e tremore, con cuore umile e contrito, scrutando a
lungo le Sante Scritture e sotto la direzione di una guida esperta e non con
temerarietà e di propria iniziativa. A detta di Gregorio Sinaita, l'uomo
temerario e presuntuoso ricerca uno stato spirituale elevato che lo supera e si
sforza con orgoglio di raggiungerlo prematuramente. E ancora, se, ispirato da un
desiderio satanico e non autentico, qualcuno sogna con la sua fantasia di
raggiungere uno stato elevato, il diavolo lo prenderà nelle sue reti e lo farà
suo schiavo". [...]
Vigilanza e preghiera incessante
"Solo coloro che hanno l'attività interiore e che vigilano sulla
propria anima", afferma Serafim, "ricevono i doni della grazia". Quelli
che hanno realmente deciso di servire Dio devono esercitarsi alla memoria Dei
e alla preghiera incessante al Signore Gesù Cristo, dicendo in spirito: "Κύριε
Ιησού Χριστέ,
υιέ Θεού ελέησον με τον αμαρτωλό:
SIGNORE GESU' CRISTO, FIGLIO DI DIO, ABBI PIETA' DI ME, PECCATORE". A condizione
che ci si metta al riparo dalle distrazioni e che si custodisca la pace
dell'anima, questa pratica permette di avvicinarsi a Dio e di unirsi a Lui.
Secondo le parole di Isacco il Siro, non possiamo avvicinarci a Dio se non
mediante la preghiera incessante.
IL METODO
Nil Sorskij prescrive di far silenzio interiormente, proibendo a
se stessi non soltanto di pensare a qualcosa di peccaminoso o di vano ma anche a
qualcosa di apparentemente utile o di spirituale. Invece di pensare, bisogna
guardare incessantemente nelle profondità del proprio cuore e dire: "Κύριε
Ιησού Χριστέ, Yιέ
Θεού ελέησον με τον αμαρτωλό:
SIGNORE GESU' CRISTO, FIGLIO DI DIO, ABBI PIETA' DI ME, PECCATORE". Si
può pregare in piedi, seduti, coricati. Coloro che sono robusti e in buona
salute preghino stando in piedi; i deboli, invece, possono pregare anche stando
coricati, perché in questa preghiera l'ascesi spirituale prende il sopravvento
su quella del corpo. Bisogna dare al corpo una posizione che procuri allo
spirito ogni libertà per l'attività che gli è propria. Tuttavia, è da tenere
presente che qui si parla del modo di agire dei monaci che, mediante un'ascesi
corporale adeguata, hanno messo ordine nelle proprie inclinazioni corporali e
che, in seguito ai progressi già compiuti, sono passati dall'ascesi del corpo a
quella dell'anima.
Controllo
del respiro
Nil Sorskij raccomanda di rinchiudere la mente nel cuore e di
controllare, per quanto è possibile, il respiro, per non respirare troppo
spesso. In altre parole, bisogna respirare molto adagio. In generale, bisogna
reprimere tutti i movimenti del sangue e mantenere il corpo e l'anima in uno
stato di tranquillità, di silenzio, di adorazione, di timor di Dio; altrimenti
l'attività propriamente spirituale non può manifestarsi in noi: essa lo fa
quando tutti i movimenti e i ribollimenti del sangue si sono placati.
L'esperienza insegnerà che il controllare il fiato, cioè il respirare con minor
frequenza e lentamente, contribuisce molto a farci entrare in uno stato di calma
e a ricondurre la mente dal suo vagabondare. " Vi sono molte opere virtuose",
dice Nilo, "ma sono tutte parziali; La preghiera del cuore, invece, è la
sorgente di tutti i beni: essa irriga l'anima come fosse un giardino.
Quest'opera, che consiste nel mantenere la mente nel cuore senza nessun
pensiero, è estremamente difficile per coloro che non hanno imparato a
praticarla; [...]. Ma quando l'uomo riceve la grazia, allora prega senza sforzo
e con amore, perché è da essa consolato. Allorché sopraggiunge l'attività della
preghiera, essa attira a se la mente, la riempie di allegrezza e la libera dalle
distrazioni.
Per abituarsi al metodo raccomandato da Nil Sorskij è molto utile
combinarlo con quello di Giovanni Climaco e pregare senza nessuna fretta.
La tecnica di Niceforo l'Esicasta
Nella seconda metà del XIII secolo, l'eremita Niceforo l’Esicasta
è il primo che attesti un legame tra la preghiera di Gesù e una tecnica di
respirazione. Dopo aver chiarito la funzione del cuore e i suoi rapporti con il
respiro, egli insegna il raccoglimento dello spirito che deve essere introdotto
nelle narici e spinto sin dentro al cuore contemporaneamente all’aria inspirata.
Quando lo spirito, placato, è entrato nel cuore, bisogna gridare dentro di sé: “Κύριε
Ιησού Χριστέ, Yιέ
Θεού ελέησον με τον αμαρτωλό:
SIGNORE GESU’CRISTO, FIGLIO DI DIO, ABBI PIETA’ DI ME!”.
Su Niceforo è degna di nota la testimonianza di san Gregorio
Palamas: "Niceforo che aveva confessato la vera fede (antiunionista) e per
questa ragione fu condannato all'esilio dal primo imperatore Paleologo che
accettò il pensiero dei latini; che era di origine italica, ma riconosciuta
l'eresia di quelle genti, raggiunse la nostra chiesa ortodossa.... qui venuto,
adottò la vita più rigorosa, quella dei monaci, e scelse come abitazione quel
luogo che porta il nome della santità, cioè l'Athos, casa della virtù, posta al
limite del mondo e del soprannaturale. Dimostrò subito di saper obbedire
sottomettendosi ai padri più eminenti, dopo un lungo tempo dette loro la prova
della sua umiltà; allora anche lui ricevette da loro l’arte delle arti,
cioè l'esichia come esperienza (Triadi II, 2,2). Nel suo celebre scritto sulla
pratica esicastica, Trattato della sobrietà e della custodia del cuore,
Niceforo invita i lettori ad imparare la TECNICA D'ORAZIONE e afferma: "Ritorna
dunque, o più esattamente torniamo, cari fratelli, a noi stessi, rigettando col
massimo disprezzo il consiglio del serpente [....]. Perché non vi è che un mezzo
per accedere al perdono e alla familiarità con Dio; prima di tutto, ritornare
per quanto è possibile in noi stessi". Niceforo fa seguire poi un Elenco di
brani patristici che invitano all'attenzione e alla custodia del cuore e
nell'ultima parte dello scritto parla della preghiera e del Metodo:
"Prima di tutto la tua vita sia tranquilla, libera da ogni
preoccupazione, in pace con tutti....Orbene: in quanto a te siediti, raccogli il
tuo spirito, introducilo - lo spirito intendo - nelle narici; è appunto questa
la via di cui si serve il respiro per arrivare al cuore. Spingilo, forzalo a
discendere nel tuo cuore insieme con l'aria inspirata. Quando vi sarà, tu vedrai
quale gioia ne consegue: non avrai nulla da rimpiangere... Fratello mio, abitua
dunque il tuo respiro a non essere sollecito a uscirne. Agli inizi gli manca lo
zelo... per questa reclusione e questo sentirsi alle strette. Ma una volta che
abbia contratta l'abitudine, non proverà più alcun piacere a circolare al di
fuori, PERCHE' IL REGNO DI DIO E' DENTRO DI NOI e a chi volge verso di lui i
suoi sguardi e lo ricerca con preghiera pura, tutto il mondo esterno diviene
vile e spregevole. Se fin dall'inizio riesci a penetrare con lo spirito NEL
LUOGO DEL CUORE che ti ho mostrato, sia ringraziato Dio! Glorificalo, esulta e
attaccati unicamente a questo esercizio. Esso ti insegnerà ciò che ora ignori.
Sappi che mentre il tuo spirito si trova là, tu non devi né tacere né stare
inerte. Ma non avrai altra preoccupazione che quella di GRIDARE: "Κύριε
Ιησού Χριστέ, Yιέ
Θεού ελέησον με τον αμαρτωλό:
SIGNORE GESU' CRISTO, FIGLIO DI DIO, ABBI PIETA' DI ME". Ma fratello mio, se
malgrado tutti gli sforzi, non giungi a penetrare nei luoghi del cuore pur
seguendo le mie indicazioni, fà come ti dico e, con l'aiuto di Dio, arriverai
allo scopo. Tu sai che la ragione dell'uomo ha sede nel petto.... Dopo aver
bandito da questo luogo ogni pensiero (lo puoi, basta volerlo), donagli
l'invocazione "SIGNORE GESU' CRISTO ABBI PIETA' DI ME" e costringiti a gridare
interiormente queste parole, escludendo ogni altro pensiero. quando, col tempo,
sarai reso padrone di questa pratica, essa ti aprirà senz'altro l'entrata nel
luogo del cuore.
All'esicasta dunque che vuole avvalersi di un metodo psicofisico
nella sua vita di preghiera, Niceforo consiglia una strada che comprende una
pluralità di esigenze: scegliersi una guida esperta; sedersi, creando calma,
anzitutto fisica, in se stessi; concentrare l'attenzione sulla respirazione,
costringere la mente a seguire il respiro che scende verso il luogo del cuore.
Infatti la mente dispersa nelle cose esteriori può essere raccolta solo
facendola scendere nel cuore, centro di tutto l'uomo. Quando la mente sarà
discesa nel cuore, sgorgherà la preghiera. Il metodo d'altra parte non opera da
solo. E' per questo che Niceforo invita a legare ad esso la recita interiore
della preghiera di Gesù. Infatti è la ripetizione del NOME DI GESU' la vera
arma contro il demonio e l'autentica via per elevarsi all'amore e al desiderio
di Dio. Tale metodo pur esprimendo una condizione della preghiera dell'esicasta,
non ne costituisce né l'essenza né lo scopo. La Preghiera del cuore, pur
legata alla respirazione, non può tuttavia essere separata da una mistica
sacramentaria e da una teologia della grazia.
Gregorio il Sinaita
In
Gregorio il Sinaita la preghiera di Gesù è esplicitamente accompagnata da
pratiche volte alla concentrazione dello spirito:
«A partire dal mattino, siediti su una seggiola bassa, spingi il
tuo spirito dalla mente nel cuore e mantienivelo […]; faticosamente chino, con
vivo dolore al petto, alle spalle e alla nuca, griderai senza posa nel tuo
spirito o nell’animo: “Κύριε
Ιησού Χριστέ, Yιέ
Θεού ελέησον με τον αμαρτωλό: SIGNORE
GESU’CRISTO ABBI PIETA’ DI ME!”. In seguito, a causa della costrizione e del
disagio dovuto alla persistenza, trasporterai il tuo spirito sulla seconda metà
dicendo: “Yιέ Θεού ελέησον
με τον αμαρτωλό:
FIGLIO DI DIO ABBI PIETA’ DI ME!”.
Le indicazioni sono più precise, e va notato come l'atteggiamento
del corpo che viene suggerito si diversifichi dalle posizioni per la meditazione
codificate in Asia. A parte questo, sono doverosi degli accostamenti per quel
che riguarda l'uso ed il controllo della respirazione. Gregorio prescrive una
posizione che rende tale respirazione difficoltosa in quanto «la tempesta del
respiro che proviene dal cuore oscura lo spirito e agita l’anima, la distrae,
rendendola soggetta all’oblio….” Ne scaturirà l’esigenza di calmare il ritmo
respiratorio per difendersi dall'oblio. Citando Evagrio egli precisa che un
monaco deve avere il « ricordo di Dio» per respirazione e perseverare in
cuor suo nella ricerca del Signore. Controllare i moti dell'anima e concentrare
lo spirito costituiscono i due primi obiettivi per colui che desidera dedicarsi
alla preghiera d'invocazione del nome. Non viene precisato che occorre
sincronizzare la ripetizione della formula con il ritmo della respirazione.
Simeone
il Nuovo Teologo
A
Simeone il Nuovo teologo viene attribuito dalla tradizione un piccolo opuscolo
dal titolo: Metodo della santa preghiera e attenzione e che invece sembra essere
di un autore sconosciuto che una parte degli studiosi ha chiamato Pseudo-Simeone.
L'autore inizia il suo scritto descrivendo tre metodi o forme di preghiera .
Esistono
tre modi di attenzione e di preghiera, per essi l'anima può elevarsi e
progredire, oppure cadere e perdersi. Chi usa di questi metodi nel modo e nel
tempo giusto progredisce, chi invece li pratica inopportunamente si smarrisce.
L'attenzione e la preghiera sono unite inseparabilmente come il corpo è legato
all'anima. L'attenzione procede e controlla i movimenti del nemico come
un'avanguardia, è la prima ad ingaggiare la lotta col peccato, e ad opporsi ai
pensieri malvagi che vorrebbero entrare nell'anima. La preghiera ne segue le
orme, sterminando e distruggendo tutti i pensieri malvagi contro i quali
l'attenzione è entrata in lotta, la sola attenzione non ha la forza di
distruggerli.
Da questo combattimento contro i pensieri malvagi condotto con l'attenzione e la
preghiera dipende la vita dell'anima. Servendosi dell'attenzione possiamo render
pura la preghiera e compiere dei progressi; se non ci serviamo dell'attenzione
per conservarla pura e la lasciamo incustodita, diventa inquinata dai pensieri
malvagi e diveniamo degli inservibili falliti.
"Quando la mente trova il posto nel cuore, vede subito quello in
cui non avrebbe mai creduto: vede l'aria all'interno del cuore e se stessa tutta
luminosa e piena di discernimento; appena spunta un pensiero, prima che si
completi e prenda forma, lo scaccia e lo annienta con l'invocazione di Gesù
Cristo. Allora la mente piena di risentimento nei confronti dei demoni, desta la
collera secondo natura e colpisce, cacciandoli, i nemici spirituali. Il resto lo
apprenderai con l'aiuto di Dio, nella custodia della mente, mantenendo Gesù nel
cuore".
Sul
primo modo dell'attenzione e della preghiera :
Queste sono le caratteristiche del primo modo: uno si mette in orazione,
solleva le mani, gli occhi e la mente verso il cielo, tiene fermi nella mente i
pensieri di Dio, immagina i beni celesti, le schiere degli angeli e le dimore
dei santi, riunisce, in una parola, nella mente quanto ha appreso dalle Sante
Scritture e durante la preghiera vi si sofferma, esortando l'anima ad essere
desiderosa di Dio e del suo amore. Gli può capitare in questo stato di versare
delle lacrime e di piangere. Può succedere, se uno segue soltanto questo modo,
che poco a poco il suo cuore s'inorgoglisca senza che lui l'avverta, e pensi che
ciò che esperimenta gli venga dalla grazia di Dio come consolazione, e comincia
a domandare a Dio di poter rimanere sempre in quello stato. Ma questo è segno di
smarrimento, il bene quando non è compiuto come si deve non è più bene.
Se quest'uomo s'impegna in una vita solitaria totale difficilmente potrà
sfuggire alla follia. Se questo per un puro caso non avvenga, gli sarà
impossibile raggiungere il possesso della virtù e il calmo pensiero. Questo modo
contiene un altro rischio di deviazione: uno può vedere con gli occhi del corpo
delle luci e dei fulgori, gustare dei profumi soavi, sentire dei suoni e altre
simili cose. Alcuni ne sono rimasti del tutto invasati, nella loro insania hanno
cominciato a vagolare da un luogo all'altro; altri, scambiando il diavolo per un
angelo della luce, sono rimasti ingannati, fino a diventare incorreggibili
rifiutando di accogliere l'ammonimento dei fratelli. Altri, istigati dal
diavolo, si sono suicidati gettandosi chi da un precipizio, chi impiccandosi. .
.
Da quanto abbiamo detto non è difficile, per chi ha buon senso, comprendere
quale rischio sia incluso in questo primo modo di attenzione e di preghiera
(quando venga considerato come l'unico nella via della preghiera). Anche se
qualcuno evita questi pericoli nel praticarlo perché vive in una comunità, ai
suoi rischi sono esposti particolarmente gli eremiti, sappia che non farà nessun
passo avanti nella vita spirituale.
Sul secondo modo di attenzione e di preghiera :
Questo è il secondo modo di attenzione e di preghiera: l’orante ritrae la
mente dagli oggetti sensibili e la raccoglie nel suo intimo; vigila sui sensi e
unifica i suoi pensieri in modo che interrompano il vagabondaggio tra le vanità
mondane. A volte esamina i suoi pensieri, a volte si ferma a considerare le
parole che le sue labbra pronunciano; a volte ferma il pensiero quando
affascinato dal diavolo vola verso qualcosa di peccaminoso e di vano; a volte,
vinto da qualche passione, con grande travaglio e sforzo lotta per rientrare in
sé stesso. La nota specifica di questo modo è che si svolge nella testa, i
pensieri combattono contro i pensieri.
In questo combattimento contro se stesso, non si può trovare la pace, né il
tempo di praticare quelle virtù che sono il coronamento della verità. Questo
stato è paragonabile ad uno che lotti con i nemici, nella notte, al buio, sente
le loro voci, subisce i loro colpi, ma non vede chiaramente dove siano, da dove
vengano e per qual motivo stiano aggredendolo; rimane dentro la testa, mentre i
pensieri malvagi escono dal cuore. La tenebra che gli avvolge la mente, la
tempesta che infuria nei suoi pensieri sono la causa che impedisce di vedere la
origine di questa deviazione, non riesce a sfuggire dalla presa dei demoni, suoi
nemici, e a riconoscere i loro colpi. Se poi insieme a tutto questo uno vien
preso dalla vanità di ritenersi vigilante su se stesso come dovrebbe, lavora
inutilmente e perderà per sempre ogni ricompensa. Orgoglioso disprezza e critica
gli altri e loda se stesso, considerandosi atto ad essere un pastore di uomini e
di guidare gli altri diventa simile ad un cieco che vuol condurre altri ciechi.
Questi sono i caratteri del secondo modo di attenzione e di preghiera. Chi vuol
raggiungere la salvezza saprà riconoscere il danno che sta arrecando all'anima
sua e aprirà con cura gli occhi su se stesso. Questo modo, ciò nonostante, è
migliore del primo come una notte di plenilunio è meglio di una notte senza
luna.
Sul terzo modo di attenzione e di preghiera :
Il terzo modo è meraviglioso ma difficile a spiegare; è insieme difficile e
incredibile per chi non lo abbia mai praticato, fino al punto da esser respinto
come possibile attuazione. Nel nostro tempo infatti è difficile incontrare chi
pratichi questo modo di attenzione e di preghiera; verrebbe da pensare che
questo dono benedetto ci abbia abbandonato insieme all'obbedienza.
Se uno osserva l'obbedienza perfetta al suo padre spirituale, si libera da ogni
perplessità, avendole poste sulle spalle della sua guida. Libero da ogni
attaccamento sensibile, può dedicarsi con zelo e diligenza alla pratica del
terzo modo di preghiera, supponendo però che si sia posto sotto la direzione di
una guida non sottoposta a smarrimenti.
Se vuoi raggiungere la salvezza comincia in questo modo: stabilisci nel tuo
cuore la perfetta obbedienza alla tua guida spirituale, compi qualunque cosa con
coscienza pura, alla presenza di Dio; non è possibile avere la coscienza pura
senza l'obbedienza. Conserva pura la coscienza in queste tre direzioni: di
fronte a Dio, di fronte alla tua guida spirituale, di fronte agli uomini e alle
cose e alla realtà del mondo.
Di fronte a Dio il dovere della tua coscienza consiste nel non fare azione che,
secondo la tua coscienza, non sia gradita e accetta a Dio.
Di fronte al tuo padre spirituale fa soltanto quello che ti dirà, non voler fare
niente di più o di meno di quanto ti suggerisce, cammina sotto la guida della
sua volontà e della sua intenzione.
Di fronte agli uomini non fare alcuna cosa che non vorresti venisse fatta a te
stesso.
Di fronte alle cose il tuo dovere è di mantenere pura la tua coscienza usandola
in maniera giusta, per le cose intendo il cibo, le bevande e le vesti.
Procedendo in questo modo ti appronterai un sentiero solido e diretto verso il
terzo modo di attenzione e di preghiera, esso consiste essenzialmente in questo:
la mente scenda nel cuore. Mentre preghi ferma l'attenzione nel cuore,
percorrilo in tutti i sensi, senza mai distaccartene, e dalle profondità del
cuore fa' salire a Dio la tua preghiera. Quando la mente, dimorando nel cuore,
comincia a gustare quanto è buono il Signore e si sente colma di grande diletto
non vorrà più abbandonare quel luogo. Contemplerà le profondità del cuore e vi
rimarrà cercando e allontanando quei pensieri che il demonio vi avrà
disseminato. Chi non conosce e non ha provato questo modo, lo considererà
difficile e opprimente. Chi invece avrà gustato la sua dolcezza e avrà goduto
nelle profondità del cuore, grida con San Paolo: "Chi potrà distaccarsi
dall'amore di Cristo?..".
Osserva prima di ogni altra cosa queste tre direttive: sii libero da ogni
preoccupazione, non solo riguardo a ciò che è malefico e vano ma anche a ciò che
è buono, in una parola sii morto a tutto; conserva la tua coscienza in modo che
nulla possa rimproverarsi; abbi il perfetto distacco da ogni attaccamento
passionale, in modo da non avere alcuna inclinazione verso ciò che appartiene al
mondo. Mantieni la tua attenzione in te stesso, tieni ferma la mente nel cuore,
con tutti i mezzi possibili cerca di scoprire il luogo dove è il cuore; se avrai
il dono di trovarlo il tuo pensiero vi dimorerà per sempre. Impegnandoti in tal
modo la mente scoprirà il luogo del cuore, quando l'avrà trovato la grazia
renderà la preghiera soave e ardente. La mente acquisterà la capacità di
allontanare i pensieri malvagi da qualunque parte si manifestino prima che
abbiano preso consistenza, facendoli dissipare con l'invocazione: "Signore Gesù
abbi pietà di me! ".
Il primo e il secondo modo di attenzione e di preghiera non conducono l'uomo
alla perfezione. Volendo costruire una cosa non cominciamo dal tetto ma dalle
fondamenta; prima gettiamo le fondamenta poi innalziamo i muri infine
edifichiamo il tetto. Altrettanto ci è richiesto per l'edificio spirituale,
innanzi tutto gettiamo il fondamento: vigilando sul cuore e purificandolo dalle
passioni; quindi innalziamo le mura respingendo l'assalto dei nemici che si
scagliano contro servendosi dei sensi, e addestrandoci a controbattere i loro
assalti il più presto possibile; dopo aver fatto questo possiamo porre mano al
tetto, alla totale rinuncia a tutto per offrirci completamente a Dio. In questo
modo potremo ultimare la nostra casa in Gesù Cristo, a Lui sia lode per sempre.
Amen.
L'autore consiglia : Un metodo naturale per
l’invocazione del Nome e la custodia del cuore:
"Quindi, seduto in una cella tranquillo, in disparte, in un
angolo, fa quello che ti dico: chiudi la porta, ed eleva la tua mente al di
sopra di ogni oggetto vano e temporale. quindi appoggia la barba sul petto,
volgi il tuo occhio corporeo, assieme a tutta la mente, nel centro del tuo
ventre, cioè nell'ombelico. Comprimi l'inspirazione che passa per il naso, in
modo da non respirare agevolmente ed esplora mentalmente all'interno delle
viscere, PER TROVARE IL POSTO DEL CUORE ove sono solite dimorare tutte le
potenze dell'animo. Dapprima troverai oscurità e una durezza ostinata, ma,
perseverando in quest‘opera notte e giorno, troverai, oh meraviglia!, una
felicità infinita.
Il
metodo raccomanda, durante la ripetizione della preghiera "Κύριε
Ιησού Χριστέ, Yιέ
Θεού ελέησον με τον αμαρτωλό:
Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me", una posizione rilassata:
"seduto in una cella tranquilla"; una disciplina della respirazione; una pratica
immaginale alla ricerca del luogo del cuore nelle viscere: Sembra che questa
tecnica avesse un preciso significato: "L'ombelico, secondo l'anonimo - che
seguiva un'antichissima concezione già attestata nel Timeo di Platone - era la
sede della concupiscenza. La trasmutazione che viene operata con questo metodo,
il raffreddamento delle potenze dell'anima, non va intesa come repressione o
annientamento di qualche parte, ma come una trasformazione delle diverse
componenti psichiche.
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