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Olivier
Clément:
Piccola
introduzione alla teologia dell'icona.
Olivier
Clément è nato nel 1921 nel sud della Francia (in un villaggio tutto
protestante, progressivamente orientatosi verso il repubblicanesimo e il
socialismo). Non credente, a ventisette anni, sotto l'influsso di Vladimir Lossky
e di Nikolaj Berdjaev, si converte al cristianesimo nella Chiesa ortodossa, di
cui diviene uno dei teologi più autorevoli. Storico di formazione, è filosofo,
scrittore e giornalista e da lunghi anni insegna all'Istituto Ortodosso di
Teologia Saint Serge a Parigi.
Nella tradizione "ortodossa", l'icona fa parte integrante della celebrazione. Si
tratta di un'arte liturgica che non può essere isolata dal suo contesto
ecclesiale: la Scrittura e il suo ampio commentario innografico, ricco di
dottrina e di spiritualità. Le immagini (icona, eikôn in greco, significa
immagine) sono apparse molto presto nel mondo cristiano: si conosce l'arte delle
catacombe, arte funeraria piena della gioia della risurrezione. Ma quest'arte
riprende la sua tecnica dall'arte romana o ellenistica del suo tempo e si limita
a cristianizzarla tramite il gioco dei segni e dei simboli. A partite dal IV e
dal V secolo appare l'icona che include i simboli nei volti, mentre la teologia
trinitaria include l'essere nella comunione. Tuttavia una corrente ostile alle
immagini persiste nel cristianesimo,
attinge
argomenti d’interdizione nell'Antico Testamento e nella paura (talvolta
giustificata) dell'idolatria, spingendosi fino ad uno spiritualismo
smaterializzante: Altro argomento contro le immagini è il carattere pan-umano di
Cristo, da cui l'impossibilità di rappresentarlo. La crisi esplode intorno al 726
e va avanti fino all'843. Alcuni imperatori energici, strappando lo Stato dal
caos che si era creato. ingaggiano una lotta contro il monachesimo il quale, di
fatto, limita il loro potere e sembra compromettere la vita sociale. Profezia
del Regno di Dio, testimonianza di un Signore crocefisso, l'ideale monastico
s’inscrive nell'icona. Un'ampia politica di secolarizzazione appoggiata
dall'esercito e dai teologi spiritualisti diventa allora iconoclasmo.La crisi ha
permesso di fondare e di purificare la venerazione delle sacre immagini. Contro
una concezione puramente speculativa della trascendenza, la Chiesa pone
l’accento che il Dio vivente trascende la sua stessa trascendenza per rivelarsi
in un volto d'uomo. L'icona per eccellenza, quella di Cristo, si giustifica con
l'Incarnazione, anche perché il Figlio non è solo la Parola, ma anche l'Immagine
(consustanziale) del Padre, "fonte della divinità". « Nei tempi antichi - scrive
san Giovanni Damasceno - Dio, incorporeo e senza forma, non poteva essere
raffigurato sotto nessun aspetto; ma ora, poiché Dio è stato visto mediante la
carne ed è vissuto in comunanza di vita con gli uomini, io raffiguro ciò che di
Dio è stato visto » (Giovanni Damasceno, Contro coloro che rigettano le sacre
icone. Discorsi apologetici contro coloro che calunniano le sacre immagini,
I, 16, tr. It. di V. Fazzo, Roma 1983, p. 45). Perché, così come il Verbo si è
fatto carne, la carne si è fatta Verbo. Il Damasceno respinge l'obiezione di chi
considera la materia indegna e sottolinea che la grazia, in Cristo, ha penetrato
la materia e ha liberato la sua potenziale sacramentalità. « Io non venero la
materia, ma il Creatore della materia, che è diventato materia a causa mia…
Venero la materia attraverso la quale è avvenuta la mia salvezza, poiché essa è
piena di potenza e di grazia divina » (ibid. pp. 45-46). Così, « quando
colui che è immenso e sussistente nella forma di Dio si è invece ristretto alla
misura e alla grandezza, dopo aver preso la forma di schiavo... riproduci la sua
forma su di un quadro, ed esponi alla vista colui che ha accettato di essere
visto. Di lui riproduci l'inesprimibile condiscendenza… » (Giovanni Damasceno,
Contro coloro che rigettano le sacre icone. I 8, ibid., p.
37). Questo è l'argomento fondamentale da Dionigi l'Areopagita a Teodoro Studita:
in Cristo l'invisibile si fa vedere perché il Segreto è anche Amore. Antinomia
che doveva sistematizzare nel XIV secolo san Gregorio Palamas, per il quale Dio
è totalmente inaccessibile - essenza o sovraessenza - eppure si rende totalmente
partecipabile nelle sue "energie".Da qui l'importanza nella teologia dell'icona
del tema della trasfigurazione e dell'immagine "non fatta da mano d'uomo".
«Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in
disparte, su un alto monte » (la tradizione ha precisato che si trattava del
Tabor). « E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e
le sue vesti divennero candide come la luce ». Una variante dice: « come la neve
» (Mt 17,1-2). Luca precisa: « candida e sfolgorante » (9,29).
Quando un cristiano, monaco o laico non importa, accede al ministero di
iconografo, il sacerdote recita su di lui l'essenziale dell'ufficio della
Trasfigurazione. I teologi dell'icona non hanno cessato di commentare i testi
evangelici consacrati a quest’episodio. Dice Atanasio il Sinaita: « Cosa c'è
di più sconvolgente che vedere Dio nella forma di un uomo, il volto
risplendente, radiante più del sole? » (Omelia sulla Trasfigurazione, PG
84, 1376).
In Cristo, d'altra parte, il tempo è ricapitolato e l'icona implica memoria e
anticipazione, una sorta di visione che guida la mano dell'artista. "Cristo
stesso ha trasmesso la sua immagine alla Chiesa", scriveva all'inizio della
crisi iconoclasta Giorgio di Cipro (Nouthesia, ed.
Mélioniransky, p. XXIII).
La
memoria di questo volto - il Santo Volto - è evocata da due racconti
significativi: in occidente, quella del velo con cui Veronica (da vera in
latino e eikôn, "immagine", in greco) avrebbe asciugato il volto di Gesù
durante la Via Crucis; in oriente, quella del Mandylion, un velo
anch'esso, sul quale Gesù avrebbe volontariamente impresso la sua immagine
rispondendo al desiderio del re Abgar di Edessa, ammalato. Effettivamente
qualche cosa è stata scoperta ad Edessa nel VI secolo e trionfalmente
portata a Costantinopoli nel 944, qualcosa che ha precisato fin nei particolari
la rappresentazione di Cristo. Un sudario forse, di cui non si può dire
esattamente che legame avesse con la Sindone di Torino, tanto studiata oggi. Più
ampiamente il Volto di Cristo è detto acheropita, "non fatto da mano
d'uomo", così come Maria concepisce in modo verginale, perché la mano
dell'artista, se questi si è preparato con la preghiera e il digiuno, è guidata
miracolosamente dallo Spirito (cfr Giorgio di Pisidia, Poemi, in « Studia
Patristica et Byzantina », 1960, p, 91).
La proibizione di rappresentare Dio (nell'Esodo e nel Deuteronomio) non vale più
non solo per Cristo. Non vale neanche per sua Madre, per i suoi amici, le membra
dei suo Corpo sacramentale. L'uomo creato "ad immagine" di Dio è predestinato a
diventare « conforme all'immagine del Figlio suo » (Rm 8,29), « trasformato in
quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito
del Signore » (2 Cor 3,18). Egli si deve rinnovare sempre « all'immagine del suo
Creatore » (Col 3,10). Fondata nell'incarnazione del Figlio eterno, l'icona si
moltiplica tramite la santificazione degli uomini nello Spirito: le icone della
Madre di Dio e del santi anticipano la trasfigurazione finale: « quando si
manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui
nella gloria » (Col 3,4).
È quanto riassunte meravigliosamente il ritornello liturgico (kontakion)
della Domenica del- l'Ortodossia, prima domenica di Quaresima in cui la Chiesa
celebra solennemente il ristabilimento definitivo del culto delle sacre immagini
nel 843: «L'incircoscrivibile Verbo del Padre, incarnandosi da te, Madre di Dio,
è stato circoscritto, e, riportata all'antica forma l'immagine deturpata (cioè
l'uomo), l'ha fusa con la divina bellezza» (tr. it. Anthologhion II. Roma
2000, p. 596).
I teologi dell'icona hanno chiaramente distinto l'icona dall'idolo,
sottolineando che l'icona non pretende affatto di afferrare colui (o colei) che
rappresenta: "immagine artificiale", l'icona non è in niente della stessa natura
del suo modello. Non appartiene all'ordine magico del possesso, ma all'ordine
propriamente cristiano della comunione.
Non rientra nella categoria del sacramento in cui la maceria riceve una forza
santificante, ma rimanda alla categoria della relazione, di un incontro interpersonale. Il prototipo, che è divino-umano (Cristo)
oppure l'umano deificato (il santo) sfugge ad ogni opacità, separazione. Al
contrario si rende presente e accogliente nell'immagine che rappresenta la sua
"somiglianza". La presenza iconica è dunque una trasparenza personale, «
secondo la somiglianza dell'ipostasi » (Teodoro Studita, Antirrheticus
II, 3,1), cioè della persona allo stesso
tempo unica e in comunione. L'icona permette l'incontro degli sguardi (da cui
l'impor- tanza della pupilla dell'occhio, [Strana coincidenza: Guillaume
Apollinaire nella poesia "Zone" all'inizio della Raccolta Alcools scrive:
« Pupilla, Cristo dell'occhio »] proprio come
punto della trascendenza) in cui, più che guardare, sono io ad essere guardato.
Sono guardato da uno sguardo
di santità, uno sguardo al di là della morte che mi
trascina verso questo aldilà. Uno sguardo da risorto che sveglia in me la mia
resurrezione e l'immagine di Dio come una chiamata alla libertà e all'amore.
L'iscrizione del Nome sull'icona (épigraphé) sottolinea questa relazione
con la persona rappre- sentata. Così san Teodoro Studita può affermare che
l'icona di Cristo è Cristo, senza la minima confusione magica: « l'immagine di
Cristo secondo la relazione» (Antirrheticus I, 11).
L'icona esige dunque un elemento ritrattistico, alcuni "caratteri" concreti che
distinguono tale individuo « dagli altri individui della stessa specie » (Antirrheticus
III,1,34). La circoscrizione, cioè la possibilità stessa di rappresentare, è «
composta di alcune proprietà » (Antirrheticus III 1, 17). Il paradosso
tipico della fede cristiana è che Cristo da una parte « ricapitola », racchiude
in sé tutta l'umanità; eppure la sua umanità d'altra parte sussiste, si lascia
vedere « in un individuo preciso » (atomos) (Antirrheticus II,
18). Ecco per ché, nelle icone, da una parte il bambino Gesù è rappre- sentato
con una fronte alta, segno della Sapienza, e dall'altra l'ipostasi del Verbo è
circoscritta nei tratti individuali di un volto d'uomo. L'arte dell'icona
unisce realismo e astrazione per suggerire, con san Giovanni, l'identità
dell'umiliazione e dell'elevazione, la morte in croce come vittoria sulla morte.
Né dolorismo dunque, né trionfalismo secondo una concezione umana della gloria.
Nell'essenziale, questa teologia dell'icona ha trovato la sua sintesi nella
definizione (l'horos) del Settimo Concilio Ecumenico, o Concilio di Nicea
II (787). Il "modello rappresentato" deve accordarsi con il Vangelo e l'icona
per eccellenza, quella di Cristo, « serve a confermate l'Incarna- zione, reale e
non illusoria, del Verbo di Dio ». Così Scrittura e icona « rimandano l'una
all'altra ». Le immagini rinviano significativamente al mistero della Croce -
sempre, contro l'idolo, questa identità della gloria e della Croce - e di tutto
l'insieme del culto di cui l'icona, come abbiamo detto, fa parte integrante. I
gesti e i segni che avvolgono l'icona
:
il bacio, l'inchino, la candela e l'incenso,
non significano affatto adorazione, che « si deve solo alla divinità », ma sono
i segni della stessa venerazione accordata alla Croce e al Vangelo. Per due
volte l'horos, riprendendo una formula di san Basilio, ricorda che «
coloro che guardano le icone sono guidati al ricordo e al desiderio dei
prototipi » e che « l'onore reso all'icona riguarda il prototipo », di modo che
« chi si inchina davanti all'icona lo fa davanti all'ipostasi (la persona) di
colui che vi è rappresentato ».
Attraverso la crisi iconoclasta, l'arte dell'icona si è dunque precisata e
purificata per suggerire, nell'uomo e nel cosmo, la luce trasfigurante del
Regno, quel Regno che è in noi e in mezzo a noi, dice Gesù. La santità anticipa
questo regno di cui aspettiamo e prepariamo la piena manifestazione nella
Gerusalemme nuova, la città cubica dalle mura di pietre preziose che uniscono la
più alta densità e la luminosità più grande.
Questa luce è l'essenza della bellezza e la bellezza è un Nome divino, un'
"energia" tramite la quale Dio si "estasia" nella sua creazione; offuscata dalla
nostra cecità, è pienamente ritrovata, diffusa da Cristo, non solo sul Tabor, ma
nella notte del Getsemani e del Golgota. Si conosce la leggenda della "scelta
della fede" da parte di Vladimir, gran principe di Kyiev, alla fine del X
secolo. Si convinse di aderire al cristianesimo di Bisanzio a causa di ciò che
raccontarono i suoi inviati: avevano visto una liturgia nella chiesa di Santa
Sofia, e davanti a tale bellezza non sapevano più - dicevano - se erano in cielo
o sulla terra. Dunque la bellezza è criterio e prova della verità. Anche nel XX
secolo, un grande scienziato e teologo russo, Pavel Florenskij, scriveva che la
Trinità di Rubliev è prova dell'esistenza di Dio. Tale bellezza non è una
categoria estetica ma ontologica, perché nella teologia orientale l'essere ha la
sua fonte nella comunione, L'iconografo è tenuto quindi ad una grande
responsabilità ed una grande sobrietà. Deve superare ogni soggettivismo,
ritirarsi nella preghiera, nel digiuno, unire l'intelligenza e il cuore,
favorire nel silenzio l'incontro
con colui o colei che sta per rappresentare sull'icona.
Regole precise determinano la composizione delle scene e permettono di
riconoscere i volti. Il genio creatore, liberato dai fantasmi individuali, non
perde niente: basta pensare alle opere straordinarie di un Teofane il Greco, o a
quelle completamente differenti di un Mahmoud Zibawi, stili iconografici così
diversi secondo la loro epoca e il loro luogo.
Tutto nell'atteggiamento e nell'espressione del personaggio rappresentato deve
indicare la sua intima partecipazione alla "luce taborica". Il corpo,
esageratamente lungo, non è che uno slancio verso il volto segreto, il volto
interiore, aperto simultaneamente a Dio e al prossimo. E il volto stesso diventa
« tutto sguardo » (Pseudo-Macario, Prima Omelia, 2). Il più delle volte la
rappresentazione
è frontale, in segno di presenza e di accoglienza. Le rocce, come tanti
piani, suggeriscono il deserto di questo mondo, ma per la grazia della santità
questo deserto fiorisce in vegetazioni fantastiche. Gli animali sono stilizzati
secondo la loro essenza paradisiaca come nell'arte celtica o in quella degli
sciti. Le architetture, sempre in secondo piano, diventano un gioco surrealista,
sfida evangelica alla pesantezza e alla potenza di questo mondo.
Certo, la rappresentazione della gloria non può che essere
simbolica. Ma è l'originalità di quest'arte che il simbolo si incorpori al volto
e che l'eternità si inserisca all'infinito nella comunione delle persone senza
spersonalizzare. Il Concilio Quinisesto (692) riunitosi in oriente, ha proposto
che i simboli della prima arte cristiana (l'Agnello ad esempio), venissero
sostituiti da ciò che essi prefiguravano, ossia il volto umano di Cristo […].
La
Gerusalemme nuova, sulla quale si apre l'icona, « non
ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna, perché la gloria di
Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello» (Ap 21,23). Nell'icona, dunque, la
luce non proviene da un punto preciso: è diffusa dappertutto senza creare ombre,
come se tutto fosse interiormente illuminato dal sole. Spesso la prospettiva è
rovesciata: le linee non convergono verso un punto di fuga, lì dove si chiude lo
spazio decaduto che separa e imprigiona, ma si dilatano verso la luce, « di
gloria in gloria ».
Quando l'icona descrive una scena, contrae in una
simultaneità liturgica vari momenti spesso lontani nel tempo. Nell'icona della
Natività, ad esempio, si vede come in un'armonia gioiosa l'annuncio degli angeli
ai pastori, la cavalcata dei re Magi, il Bambino nella grotta (anticipazione
della discesa agli inferi del Sabato santo) e in braccio alle donne che lo
lavano in un modo quasi battesimale.
L'icona non ha soltanto un valore pedagogico, ma anche "misterico", dischiude
una benedizione
della Chiesa. Si apre così alla teologia un altra prospettiva oltre a quella del
concetto.
L'arte dell'icona non è affatto estranea alla tradizione
occidentale, almeno fino al Trecento. Dopo, l'occidente che scopre esplora e
libera l'umano, preferisce a quest'arte della trasfigurazione ciò che chiamerei
un'arte dell'esodo in cui si esprimono le ricerche, le angosce, la sensualità,
anche le intuizioni dell'umanità, intuizioni che a volte ritrovano
spontaneamente lo spirito dell'icona, da Fra' Angelico a Rembrandt e Rouault.
Oggi il fallimento a una certa arte "religiosa", sentimentalista e pietista,
apre all'icona le chiese cattoliche e anche alcuni templi protestanti. L'icona
allo stesso tempo corrisponde alla cultura dell'immagine e la esorcizza («
guardare un icona è un digiuno degli occhi »). Apre alla teologia delle vie
nuove, sostituendo il concetto che vuole possedere, con il volto che chiama alla
comunione.
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