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Arbërishtja në shkollë, ju lutem! Po në shtëpi?
Nel decennale della legge 482/99 per la tutela e la difesa delle
lingue e delle culture meno diffuse in Italia
Ancora nove mesi e festeggeremo il decennale della legge 482/99.
L’Ufficio Scolastico Regionale della Calabria ha malamente
tentato di festeggiare in anticipo l’anniversario con l’invio,
nel 2008, di una specie di chiamata alle armi per i pochi
docenti in servizio nelle scuole delle comunità alloglotte
calabresi che hanno voglia di mettersi in discussione e, quindi,
di trasferirsi nella cattedra della lingua minoritaria.
Come sempre, anche questa volta il tutto è avvenuto alla
chetichella, senza proclami (si fa per dire) e senza troppi
chiarimenti: cioè, a quanto pare non tutte le scuole hanno
ricevuto il bando, non tutte le scuole lo hanno divulgato. Ciò
fa la pariglia con il Ministero, con la RAI, con gli Assessorati
regionali delegati, con le varie associazioni e comitati
spuntati qua e là come funghi… in una parola con
l’approssimazione che ci ha accompagnato in passato e che vige
ancora in ampi settori dell’Amministrazione pubblica e non.
Sarebbe stato bello, anzi bellissimo, se tutto non si fosse
risolto nella solita bollicina di sapone: evitate di prendervela
e di recriminare o, ancor peggio, di denunciare… l’Ufficio
scolastico si è immediatamente ricreduto e ha già ritirato
l’offerta! Punto e a capo.
Bisognerebbe arrabbiarsi e reagire, ma anche arrabbiarsi per
come vanno le cose ha un costo, in energie e in tempo.
Denunciare non serve a nulla, reclamare trasparenza e
professionalità diventa desiderio inesaudibile, esigere
programmazione e, come si dice oggi, sinergia, significa
chiedere l’impossibile.
Scusate, ma abbiamo sottovalutato la realtà. L’affare minoranze
è andato sgonfiandosi nel tempo, in termini di tensione emotiva
e di impegno, visti anche gli scarsi risultati raggiunti.
L’affare minoranze tende ad essere azzerato (e forse questo
limite non tende affatto all’infinito!) in termini di impegno
economico a più livelli. L’affare minoranze viene oramai
relegato a fenomeno folcloristico e di nicchia, un aspetto
esotico nella scuola italiana, in balia di organi collegiali
poco attenti, e di decisioni epidermiche dei dirigenti
scolastici.
L’aver partecipato a ‘campagne’ di formazione di insegnanti in
varie comunità arbëreshe mi ha permesso di rilevare dal mio
osservatorio personale una realtà che a mio avviso è prossima, o
già giunta, al capolinea. Vediamo cosa si scopre sul campo:
• i corsi di formazione per gli insegnanti della lingua
minoritaria sono andati sempre più spopolandosi, essendo
aumentata la disaffezione e la frustrazione dei docenti
• i docenti che hanno deciso di non seguire più i corsi di
formazione hanno comunque continuato a insegnare (!) l’albanese
• i docenti sono in balia delle posizioni/decisioni mutevoli
degli organi collegiali. Spesso, quelli più motivati, hanno
dovuto persino impegnarsi ed effettuare sforzi enormi per far
sopravvivere e continuare la sperimentazione di educazione
linguistica/culturale albanese
• i docenti in molti casi subiscono il pensiero unico dei
dirigenti scolastici
• i docenti non sono stati retribuiti equamente
• gli organismi statali non investono, o investono sempre meno,
nella ricerca, nella formazione, nella pubblicazione di
materiali didattici moderni
• alla visione viva/pratica/militante della lingua/cultura va
sostituendosi una visione teorica e museale
• le scuole (ma anche i comuni e gli altri enti pubblici e
privati) non hanno ancora adottato la segnaletica interna ed
esterna bilingue
• l’insegnamento è stato assunto come unico sistema educativo
(autosufficiente e autoreferenziale) linguistico/culturale degli
alunni
• la scuola è lontana spazialmente-temporalmente-idealmente
dalle famiglie
• fino ad oggi non è mai esistita né è mai stata attuata alcuna
strategia comune tra scuola e famiglia (qui vanno compresi anche
gli altri enti) per l’uso vivo della lingua anche in seno alla
famiglia o comunque al di fuori della scuola
• gli investimenti nei mezzi di comunicazione radiotelevisivi e
nella stampa specializzata per gli alunni superano appena lo
zero-virgola ...
Ogni singolo punto presenta al suo interno criticità che non
sono state fino ad ora prese in seria considerazione né
analizzate in dettaglio. Il sistema appare sempre più debole e
sempre meno reattivo, forse siamo entrati nella fase in cui ci
basta ciò che è stato fatto finora (a dire il vero, non molto) e
allo stesso tempo ci bastiamo. Questa fase però, che io
considero, gangalianamente, pre-agonica, offre allo stesso tempo
anche una gradevole sensazione di benessere, c’è una sorta di
equilibrio, uno stato di lieta esistenza in vita con il minimo
dispendio di energia, siamo probabilmente soddisfatti di quello
che abbiamo fatto e convinti che più di questo non sarà
possibile fare. Ma è proprio così? Si sente la necessità di una
ribellione quotidiana verso chi dieci anni fa ha scritto e
promulgato la 482? Aleggia invece solo il disinteresse verso le
attese oramai sopite. I desideri non si avvereranno? Moriremo
contenti, con la parola patria sulle labbra e coscienti che la
nostra lingua/cultura meno diffusa “si insegna (?) anche a
scuola”?
A parte la sottile ironia, qui e ora è grave l’evidente
abbandono in termini di garanzie economiche a sostegno di nuove
strategie, di progetti qualificati, di spazi didattici, di
interventi esterni. Non bisogna assolutamente lasciare deperire
e sparire le esperienze di questi anni; siamo obbligati a tenere
in seria considerazione le interessanti proposte avanzate
nell’ultimo incontro nazionale delle minoranze etniche
organizzato dall’IRRE Calabria (l’ultima buona azione dell’IRRE,
l’ho chiamata) nell’ottobre 2006: incontri periodici annuali per
verificare il lavoro svolto nelle singole realtà, per
condividere idee e strumenti, per fare il punto
sull’applicazione della/e legge/i, per partecipare agli altri la
pubblicazione di sussidi didattici, per programmare percorsi
comuni e lanciare nuovi progetti, per fare fronte unico sia per
le rivendicazioni che per richiamare i politici alle loro
responsabilità. È necessario, finalmente, passare dal
volontariato-cultorato-faidate a metodi scientificamente testati
e più validi, programmati e applicati; alla continuità
dell’insegnamento per l’intero anno scolastico e per più ore
alla settimana, rendere cioè la lingua e la cultura minoritaria
meno minoritaria (sia quantitativamente che qualitativamente) e
non solo nella scuola; particolare attenzione bisognerà dedicare
a quelle che vengono chiamate “agenzie” extrascolastiche
presenti nelle comunità e al contesto sociale e familiare. Senza
tali serie premesse sarà difficile uscire dala situazione di
stallo in cui ci troviamo.
Giovanni Belluscio
Università della Calabria
Arcavacata di Rende CS
gbelluscio@unical.it
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